C’era una volta un castello…

…anzi centomila!

Originale
Originale

Quella che vi raccontiamo non è una favola e nemmeno una storia edificante. È semplicemente la cronaca di alcuni ritrovamenti di manieri falsificati, con l’indicazione dei valori presi di mira, dei personaggi coinvolti, delle località di maggiore smercio…

Ci risiamo. Pur trattandosi di “un’operazione ad alto rischio” come ammise Giuseppe Previtera, capo dell’Escopost veneta, ci fu chi provvedette a falsificare l’allora ancor fresca definitiva Castelli. I tagli presi di mira furono quelli da 350 lire, Castello di Mussomeli; 500 lire, Castello di Rovereto e 1.000 lire, Castello di Montagnana.

Primo a dare l’allarme sull’avvenuta falsificazione del Castello da 1.000 lire fu “Il foglio“, graffiante e informato periodico dell’Unione Filatelica Subalpina. Riproducendo, sulla copertina del numero di aprile 1983, un espresso affrancato con il Castello dell’Imperatore di Prato da 400 lire e, appunto, con il falsificato maniero di Montagnana da 1.000 lire. Definito, dalla stessa pubblicazione, “falso per buggerare i filatelisti e non la Posta”. Accuratamente prodotto in offset su carta debolmente fluorescente, filigrana stelle appena percettibile e perforazione a pettine, su tutti e quattro i lati, con passo 14×13¼, il falso Castello stampato con inchiostro oleoso aveva fatto la sua comparsa a Milano già nel febbraio precedente.

Nello stesso mese di aprile in cui Il foglio documentava la presenza del falso Castello di Montagnana, sui tavoli del tradizionale appuntamento filatelico e numismatico primaverile di Verona faceva la sua apparizione, in edizione fraudolenta, il Castello di Mussomeli da 350 lire. Perforazione, anche in questo caso, 14×13¼, ottenuta verosimilmente a pettine, ma stampa piuttosto grossolana.

Falso
Falso

A luglio, poi, 2/3.000 falsi Castelli da 350 lire (ma c’erano anche sparuti quantitativi dei tagli da 500 e 1.000 lire), prevalentemente usati per l’inoltro di fatture commerciali aperte, vennero sequestrati nel milanese dall’Escopost lombarda. L’azienda che li aveva usati, operante sembra a Lissone, riuscì a dimostrare di aver agito in buona fede. Ignorava che i Castelli avessero marchio fraudolento. Tanto che li avevano pagati per quel che valevano: 350 lire. Anche il fattorino che li aveva portati in azienda riuscì a barcamenarsi con risposte non compromettenti. Mancando la flagranza di reato, non ci fu arresto, e l’intero incartamento venne passato al magistrato.

Caduti nell’oblio – ogni tanto facevano fugaci apparizioni al mercatino domenicale di Via Armorari, a Milano, offerti da un non meglio idebtificato Sergio -, i falsi castelli tornarono in seguito alla ribalta, e in modo piuttosto clamoroso, nel Basso Veronese.

Messi sul chi va là dall’Escopost di Venezia, i carabinieri di Legnago misero infatti le mani su un discreto quantitativo – complessivamente 650/700 pezzi – di Castelli falsificati. E ai polsi di Luciano Vedovello e Sergio Beccaletto, colti con le mani nel sacco, sono prontamente scattate le manette. “Io quei francobolli li ho avuti da Beccaletto”, assicurava Luciano Vedovello, 36 anni, titolare con la moglie di un’azienda di mobili in stile nella quale, a Cerea, lavoravano una trentina di persone. Beccaletto, anche lui trentaseienne e con un buon numero di precedenti penali alle spalle, non negò l’evidenza dei fatti. Tacque, però, sulla provenienza dei tre falsi Castelli. I cui nominali erano queli consueti: 350 lire, 500 lire e 1.000 lire.

Il falso da 350 lire del Castello di Mussomeli
Il falso da 350 lire del Castello di Mussomeli

“Un paio di mesi fa – disse Giuseppe Golinelli, titolare della rivendita numero due di Cerea, in via XXV aprile – un tale è venuto da me per vendermi dei francobolli. Saranno stati una decina in tutto, ma pensandoci potrebbe essersi trattato di un ‘sondaggio’ per vedere se ero disposto all’acquisto”. “Tre o quattro mesi fa – gli fece eco, da Bovolone, Felice Cappucci, negozio in via Carlo Alberto – è entrato uno con dei francobolli da vendere. Non gli ho nemmeno dato bada, intimandogli di andarsene”.

Scartata, per ovvie ragioni, la via della posta, e scartata pure, per la palese indisponibilità dei diretti interessati, la strada dei tabaccai, l’unico sistema per piazzare i falsi Castelli dentellati restava quello della vendita “porta a porta”, puntando sull’utente medio. L’utente postale, cioé, non tanto grande da disporre di macchine affrancatrici, ma neppure tanto piccolo da impiegare francobolli solo sporadicamente.

Assicurata convenzionale affrancata con 2 pezzi del 1.000 lire. Falso quello in basso
Assicurata convenzionale affrancata con 2 pezzi del 1.000 lire. Falso quello in basso

Cerea, Bovolone, e un po’ tutto il Basso Veronese si presentavano, sotto questo profilo, come zona ideale. Qui c’era una delle più alte concentrazioni di aziende di mobili in stile. Aziende, pertanto, ideali per collocare i Castelli falsi.

Ma non sono stati solo i mobilieri ad usare, per quanto si sa, francobolli falsi. Castelli fraudolenti pare che siano stati applicati su lettere raccomandate, con ricevuta di ritorno per di più, affidate all’ufficio postale di Casaleone, località ad un tiro di schioppo da Cerea, da parte di uffici di consulenza aziendali operanti in Cerea. Interpellata da Cronaca Filatelica, la titolare di uno di questi studi è sembrata cadere dalle nuvole.

“Proprio non me ne sono resa conto”, ha ammesso. “Generalmente i francobolli li compro al momento della spedizione dei plichi. Sia qui a Cerea, sia a Casaleone, dove abito”.
Le indagini svolte a tappeto avevano nel frattempo fatto aumentare, e di molto, l’incartamento del fascicolo intestato, con il numero 556/84, a nome di Beccaletto e Vedovello. Agli atti c’era anche una busta raccomandata affrancata con due castelli falsi da 1.000 lire e un pezzo da 400 lire autentico (doppio porto di 2.400 lire).

Aldo Cementano, giudice istruttore di Verona, dove dopo i primi interrogatori approdò l’istruttoria, non si sbilanciò, si trincerò di continuo dietro il segreto istruttorio. Fu impossibile, quindi, sapere se i tagli da 350 lire, 500 lire e 1.000 lire erano identici a quelli apparsi, in diverse date, a Milano e nella stessa Verona. Se per il 350 lire pare non ci fossero dubbi circa l’unica provenienza, incertezze permanevano sul 1.000 lire che presentava caratteristiche leggermente diverse.

L'ufficio postale di Casaleone
L’ufficio postale di Casaleone

Una risposta più precisa si sarebbe potuta avere dalla perizia spettroscopica e chimica effettuata, su precisa richiesta dell’Escopost veneziana, dall’Istituto Superiore delle Poste di Roma. Anche queste risultanze furono però acquisite, come perizia di parte, dal Magistrato. Alcuni giornali riuscirono tuttavia a conoscere la sostanza della perizia. La quale, ribadita la falsità dei tre Castelli, precisava che posti sotto i raggi ultravioletti della luce di Wood i tre francobolli presentavano una fluorescenza scura, anziché bianca brillante come negli originali. Mancava, poi, la filigrana, ed erano pure assenti, nell’impasto cartaceo, le fibre di cotone.

La stampa, era ovviamente eseguita in offset, anziché in calco su calco (1.000 lire) e calcografia (il 350 lire e il 500 lire). Pure le intensità dei colori variavano (il marrone della cornice e dell’albero del Castello di Rovereto era impresso più tenuamente, così come più chiaro era il colore del Castello di Montagnana), mentre le scritte in tutti e tre i casi, erano più spesse e meno nitide.

Anche dopo l’arresto di Sergio Beccaletto e Luciano Vedovello, con conseguente sequestro del discreto “malloppo”, non fu dato di conoscere la consistenza del “giro” dei falsi Castelli. Le stesse Poste, sull’argomento, andarono con i piedi di piombo, dimostrando una cautela più che comprensibile (Giuseppe Privitera, che chiese di allargare le indagini in altri compartimenti postali, non riuscì ad avere la necessaria autorizzazione). Quindi, non fu possibile, allo stato dei fatti, mettere fuori corso i Castelli da 350 lire, 500 e 1.000 lire.

C’era una volta un castello

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