Cartamoneta una vecchia storia – 3ª parte

La "fede di credito", obbligazione tipica dei banchi napoletani
La “fede di credito”, obbligazione tipica dei banchi napoletani

Abbastanza uniforme è stato il risultato che ha portato alla creazione dei cosiddetti ‘istituti di emissione’ (generalmente uno solo in ogni paese), privilegiati per l’allestimento e la distribuzione di banconote assistite da adeguata copertura, totale o parziale, in oro e valute convertibili, sottoposte al controllo statale, che ne accredita il riconoscimento come valute legali sicuramente affidabili (18).

È questo il momento in cui l’emissione bancaria, concentrata in un solo istituto sorvegliato dallo Stato, che svolge funzioni prettamente statali, si salda sostanzialmente con l’emissione statale, anche se quest’ultima continuerà a manifestarsi in forma autonoma occasionalmente.

La solerzia bancaria non si ferma qui, irrompe per le vie battute dalla moneta con altri titoli integrativi della circolazione, gli assegni circolari e analoghi, che pure richiamano le attenzioni dello Stato e quindi una normativa che individua le banche autorizzate all’emissione e di questa fissa condizioni generali e limiti (19).

C’è poi un altro filone di titoli di credito che ha intrapreso il percorso cambiario della traenza, quello da noi accantonato poco fa. Esso è costituito dall’insieme degli assegni bancari emessi da imprese e privati a valere su fondi a propria disposizione presso una banca, ed atti a trasferire gli stessi a terzi. È un tipo di titoli il cui uso si è allargato abbastanza di recente, da quando cioé l’introduzione di un rapporto banca-cliente, definito “conto corrente di corrispondenza”, ha dato il via a movimenti di capitali di elevata entità realizzati appunto attraverso i cosiddetti chéques (più familiarmente “assegni di c/c”), la cui massa viene compresa nel nome di “moneta bancaria” (20).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza ripetere quanto abbiamo già detto a proposito della traenza bancaria, rimarchiamo il fatto che l’assegno bancario, cioé l’ordine impartito alla banca dal correntista di pagare una determinata somma al terzo, ripete esattamente la formula che fu propria della originaria lettera di cambio e che appartiene tuttora alla cambiale.

All'avvento dell'unità la fede di credito cede il passo a nuovi titoli che hanno perduto le qualità peculiari
All’avvento dell’unità la fede di credito cede il passo a nuovi titoli che hanno perduto le qualità peculiari

Il biglietto di banca nella sua forma più pura e snella di promessa di pagamento di una somma certa ‘a vista’ (cioé a prima presentazione e senza condizioni), rilasciato legittimamente (cioé da un istituto fornito di specifica abilitazione) e ‘al portatore’ (cioé alla persona innominata che per il solo fatto di possedere il titolo ne acquista tutti i diritti), in pratica la banconota, è quello che ha raccolto preferenzialmente e quasi monopolizzato la definizione di cartamoneta (21).

Una definizione di comodo, passata al linguaggio tecnico insieme all’altra di moneta cartacea (semplice gioco di parole), perché di elementare composizione e altrettanto facile comprensione, entrata nell’uso ufficiale tardivamente, diciamo nel XIX secolo, quando si fece generalizzata ed intensa la sua diffusione. Giudicati oggi, l’essenza e il ruolo della cartamoneta, dopo le vicissitudini superate e gli assestamenti conseguiti, specialmente in ordine alle discipline legislative instaurate, appaiono saldamente impostati e rispondenti alle esigenze di circolazione monetaria.

L'ultimo passaggio, l'abbandono del nome tradizionale e l'assunzione dei caratteri propri del 'biglietto di banca'
L’ultimo passaggio, l’abbandono del nome tradizionale e l’assunzione dei caratteri propri del ‘biglietto di banca’

Essi trovano oltretutto uniforme interpretazione ed applicazione in diversi paesi attraverso la formula comune di produzione e di gestione degli istituti di emissione. Poco più se ne dibatte se non per fini storiografici e in contesti specialistici di macroanalisi, ricorrenti nella conduzione della politica economica di qualunque paese, ma che da questa sede possiamo tenere a rispettosa distanza.

Fra un secolo e due fa se ne discuteva abbondantemente. Nel tempo in cui l’uso della carta monetata si andava consolidando, dopo le prime grandi e non felici esperienze (22), i dibattiti si susseguivano e andavano ad investire problemi già esplosi, o appena affiorati, o soltanto ipotizzati, della circolazione cartacea: da concetto di ricchezza applicato alla materia monetaria, al significato di accrescimento dei capitali in circolazione: dai profitti conseguenti, veri o fallaci, per gli operatori commerciali, all’utilità generale.

Sui rapporti tra circolazione e riserve, tra garanzie effettive e garanzia statale, tra carta e metallo concorrenti; dall’influenza del fattore fiduciario, sul quale aleggiava allora serio e sinistro il rischio di fallimento dell’emittente, alla minaccia per la libertà di circolazione rappresentata dal corso forzoso (23); fino alle considerazioni più spicciole di tipo eminentemente pratico e quasi banali, come la scelta dei tagli più idonei ad essere rappresentati dalla carta, il pericolo dell’incendio, la facilità delle falsificazioni.

Sono una quantità di elementi tenuti in osservazione sui quali si alternano, scientificamente motivati o anche soltanto emotivamente suggeriti, consensi e disapprovazioni. Non mancò chi, contestando decisamente alla carta la qualità di moneta, si scagliava contro l’abbinamento lessicale entrato ormai nell’uso (24).

Poi, come sempre avviene, la pratica prende il sopravvento e prevale su qualunque pur meditata e cauta o ardita teoria, scegliendo da sé le sue strade, costringendo i dottrinari a seguirla, consentendo soltanto a più accorte e tenaci volontà di costruire, per difesa delle entità sociali a rischio, argini di contenimento ad estemporanei eccessi fenomenici. Fra i quali eccelle – e non può essere sottaciuto – quello speciale malefico effetto che ha prodotto e continua a produrre l’espansione della cartamoneta, cioé l’inflazione, l’impoverimento del valore della moneta, condizione patologica dell’economia imputabile a sproporzioni della circolazione monetaria, ben nota nella sua eziologia e nel quadro sintomatologico, aggredibile anche con coraggiose terapie ma fondamentalmente inguaribile (25).

Rifacendoci a quanto abbiamo prima sostenuto circa l’avvento della carta nel circuito monetario – nel quale abbiamo intravisto un capovolgimento di subordinazione tra banca e moneta, e di conseguenza l’umiliazione di quest’ultima – adesso osiamo qualificare l’inflazione come azione vendicatrice della moneta contro la prevaricazione della carta, azione in agguato costante, inesorabile, dagli effetti devastanti, efficace in tutti i campi toccati dall’influenza monetaria, vale a dire, oggi, tutto quanto il complesso delle attività umane.

Ne raccogliamo il risultato italiano, con spirito un tantino sarcastico, nel confronto di due soli dati numerici (confronto vagamente indicativo, alieno da qualunque valutazione statistica che esigerebbe appropriati parametri e commenti): al momento dell’unificazione nazionale, nel 1861, la circolazione cartacea assommava a circa 200 milioni di lire, a metà degli anni ’90 si aggirava sugli 80mila miliardi. È un confronto aperto, da aggiornare costantemente attraverso l’apporto delle cronache quotidiane, che si affaccia su prospettive poco amene, ma che non appartiene più alla nostra “vecchia storia”.

A conclusione della quale ci permettiamo rivolgere ai collezionisti di cartamoneta l’esortazione a non trascurare, anzi a cercare occasioni di approfondimento storico ed anche tecnico sull’oggetto della loro collezione – senza temere di restare oppressi dal peso di argomentazioni barbose, certamente non rare in materia economica, ma che possono essere aggirate – al fine di scoprire aspetti iluminanti utili per affrancarsi dalla condizione di maneggiare cose intimamente enigmatiche e quindi per non doversi limitare all’apprezzamento della loro esteriorità, che è parte piacevole, sì, talora affascinante, ma soltanto parte e non la più rimarchevole, di una complessa e controversa fisionomia monetaria.

 

18) La Banca d’Inghilterra, fondata nel 1694, è ritenuta il primo istituto di emissione del mondo. Non deve sorprendere la constatazione che il nostro istituto di emissione, la Banca d’Italia, sia nata due secoli dopo. Istituzioni esclusive come queste, che oggi appartengono a uno standard bancario ampiamente accettato, hanno potuto sorgere soltanto su formazioni politiche affermate (e del nostro paese sono note le condizioni fino alla metà del secolo XIX); han dovuto poi affrontare e superare divergenze di orientamento degli uomini di governo che – sempre per riferirci all’Italia – hanno fatto ritardare di ben 65 anni, rispetto all’unificazione politica, il raggiungimento dell’unicità di emissione.

19) L’assegno circolare è un titolo nominativo, moderno, formalizzato con Decreto del 1923 che ne fissava i requisiti essenziali, altre caratteristiche e vincoli, sottoponendolo, per alcuni aspetti e procedure, alle disposizioni del codice di commercio sulle cambiali. Disciplina praticamente confermata dal R.D. 21 dicembre 1933 n. 1736 il quale associava all’assegno circolare, riservandolo alla Banca d’Italia e ai due Banchi meridionali che da poco avevano abbandonato la qualità di istituti di emissione, un titolo speciale d’antica origine portante la tipica denominazione di “vaglia cambiario”. Manteneva inoltre ai due Banchi la facoltà di emettere fedi di credito: il tutto suona riconoscimento di un rango come l’attribuzione di un titolo onorifico.

20) A rigore corrisponde alla definizione di moneta bancaria il complessivo ammontare dei depositi tenuti dalla banca, liquido, disponibile per tornare in circolazione. L’assegno di c/c, materializzando questo ritorno, in rapporto alla funzione che svolge e alla qualità del supporto si colloca perfettamente nella cornice della moneta cartacea.

21) “Il biglietto di banca, logico perfezionamento bancario delle normali cambiali atte a fungere da surrogati della moneta effettiva, acquista gradualmente tra il pubblico i connotati di un unico surrogato che vale la pena di accettare al posto della moneta metallica a pieno intrinseco” (Antonio Pin, Aspetti della genesi dei sistemi bancari, Giuffrè, Milano, 1973).

22) Ci riferiamo palesemente, in primo luogo, alle ardite iniziative di Jhon Law, che ritenne – e fino a un certo punto giustamente – di poter vivificare l’attività economica mediante il sostegno di una moneta, quella cartacea appunto, svincolata dalle mutazioni del valore commerciale del materiale di composizione come sono i metalli preziosi, garantita invece da beni fondiari giudicati al vertice della stabilità. Ma dalla inconsistenza di quei beni lontani, tardivamente scoperta, come dalla smisurata mole dei biglietti monetati usciti dalla Banque Royale, derivò il rifiuto del pubblico all’accoglimento di quella moneta e di conseguenza il crollo di quel castello – è il caso di dirlo – di carta.

Poi erano venuti gli assegnati rivoluzionari, poggiati anch’essi sul principio della garanzia fondiaria e tuttavia lanciati in dichiarata contrapposizione alle emissioni del Law. Eppure anche gli assegnati, rilasciati in eccessive quantità, caddero in tale discredito da perdere completamente di valore. Fine non diversa avevano fatto i biglietti di credito verso le Regie Finanze di Piemonte, sempre per la medesima causa.
Miglior comportamento avevano tenuto i biglietti della banca d’Inghilterra e delle banche scozzesi, ma il bilancio settecentesco riuscì comunque disastroso. Però erano state aperte le porte alle emissioni cartacee che avranno fortuna nel secolo successivo.

23) A rammentare il corso forzoso vien subito in mente il famoso decreto del 1° maggio 1866 che sciolse la Banca Nazionale “dall’obbligo del pagamento in danaro contante ed a vista de’ suoi biglietti”. Provvedimento contrastato, doloroso, ritenuto da alcuni una ineluttabile necessità economica, finanziaria e politica, da altri non necessario né economicamente, né finanziariamente, né politicamente. E insieme viene in mente il pianto che avrebbe colto il ministro delle finanze Sciajola, nel firmare quel decreto, tanto grande ne appariva la gravità (cfr. Girolamo Boccardo, Le Banche e il corso forzato, Roma, 1879).

Commozione finita e dimenticata, di corso forzoso oggi nemmeno si parla. C’è e basta. Nessuno si sognerebbe di presentare in Banca d’Italia una sua banconota sulla quale sta scritto “pagabile a vista al portatore” chiedendone il cambio in “effettivo”. Effettivo? Se ne è persa persino la nozione. Carta si dà, carta si riceve.

24) Non si può fare a meno di citare – tanto è sentito, veemente e anche pittoresco nelle sue vivaci espressioni – il giudizio del Coquelin: “L’opinione assai generalmente ricevuta è che la facoltà di emettere dei biglietti di Banco torna a quella di batter moneta, e che tende a surrogare nella circolazione il danaro colla carta. Vi è motivo di sorprendersi che dopo un secolo e mezzo di pratica dei Banchi commerciali, quando la loro carta è stata tante volte messa alla prova ed apprezzata, quando d’altra parte le funzioni, la natura e le qualità essenziali della moneta sono state così bene e così chiaramente definite, possano esservi ancora degli uomini, non già ignoranti, ma colti, i quali pensino di paragonare la carta di banco alla moneta, e pretendono di mettere sulla stessa linea e confondere sotto la stessa denominazione cose così profondamente distinte.

È non pertanto vero che questa grossa eresia trova anche oggidì i suoi fautori. Dappertutto ci sentiamo ripetere che i biglietti di banco surrogano la moneta: che i Banchi colle emissioni loro aumentano la massa del denaro, che il diritto che si accorda loro di emettere dei biglietti equivale a quello di batter moneta; e questi errori grossolani… si compendiano tutti in questa nota parola: carta-moneta, connubio mostruoso di due termini incompatibili…” (Charles Coquelin, Del credito e dei banchi [1848], in Biblioteca dell’Economista, Trattati speciali, vol. VI, UTET, Torino, 1874).

Altrettanto perentorio il Rota: “Non è vero che il biglietto di banca sia moneta, il biglietto di banca non è niente più che un titolo di credito e l’emettere biglietti di banca è un diritto di tutti gli uomini come le lettere, obbligazioni, cambiali” (Pietro Rota, Principi di scienza bancaria (1885), Flaccovio, Palermo, 1965).

25) Troppo noto e troppo attuale è il problema dell’inflazione, anche da noi, perché torni opportuno soffermarvisi. Si può però ricordare che, secondo l’opinione di molti economisti, un’inflazione moderata può avere una certa utilità, costituendo incentivo per l’occupazione e sostegno del reddito.

Il difficile sta a mantenerla a livelli “moderati”, data la sua natura irruenta che ne rende istintiva e rapida la crescita, quando poi alle normali, eppur sempre delicate, vicende congiunturali si somma l’effetto di qualche evento di eccezionali gravità – caso tipico è lo stato di guerra – che esiga il dirottamento di grandi risorse nazionali verso un singolo e specifico fine, determinando un esagerato aumento della spesa pubblica che non trova spazio nel bilancio ordinario o nel libro del debito pubblico, allora non resta che il ricorso all’emissione cartacea cui possono far seguito punte inverosimili di inflazione.

“I popoli che sono costretti a fare grosse guerre senza aver potuto accumulare anticipatamente i capitali necessari per sostenerle, e che non hanno ancora tanto credito da potersene procurare a mezzo dei prestiti, hanno fatto sempre ricorso alla carta moneta” (Jean Baptiste Say, Trattato di economia politica, 1803).

E abbiamo avuto esempi clamorosi nel secolo scorso, nel primo dopoguerra in Germania, nel secondo dopoguerra in Ungheria e in altri paesi, alla fine del secolo scorso negli Stati ex jugoslavi.

Guido Carli, accennando all’accrescimento della circolazione cartacea in Italia durante la prima guerra mondiale e al giudizio che se ne trasse in Banca d’Italia “rivendicando il riconoscimento di una copartecipazione delle officine carte-valori allo sforzo bellico del paese”, ironizza sulla “speranza – che oscilla tra l’illusione e la fiducia, pur senza mai raggiungerle – che la creazione monetaria serva lo sviluppo socio-economico del Paese… (…) I tecnici hanno sempre trovato motivi “validi” per stampare nuova carta-moneta… una catena che va dai più piccoli ai più grandi bisogni della Società…” (G. Carli, prefazione a Carlo M. Cipolla, Le avventure della lira, il Mulino, Bologna, 1975).

 


L’inflazione si qualifica tecnicamente come perdita di valore della moneta, causata da eccessiva espansione della sua quantità, cioé come alterazione di equilibrato rapporto tra la massa monetaria circolante e il valore dei beni e dei servizi disponibili al trasferimento. L’inflazione si dà un volto ben riconoscibile nella carta moneta attraverso tre aspetti che possono presentarsi in successione e anche ripetersi serialmente: l’aumento quantitativo puro e semplice dei biglietti in corso, l’introduzione di tagli via via crescenti, il cambio della base nominale con altra corrispondente a un multiplo della prima.

In Italia questi tre aspetti richiamano eventi dell’ultimo mezzo secolo. Prima e subito dopo la fine della seconda guerra mondiale una sovrabbondanza di mezzi di pagamento prodotta da incontrollate emissioni da parte di ambedue gli occupanti (il tedesco attraverso banconote della Banca d’Italia stampate con attrezzature dell’Istituto Poligrafico dello Stato; l’alleato attraverso l’importazione delle am-lire) causava il primo effetto svalutativo. Faceva seguito la comparsa di nuovi tagli (la cartamoneta italiana non aveva superato fino ad allora il valore di 1.000 lire): 5.000 e 10.000 lire dal 1945, 50.000 e 100.000 dal 1967.

Tutto sommato non si può dire che da noi l’inflazione abbia dato luogo ad emissioni cartacee troppo clamorose, quelle in tagli altissimi, come è avvenuto altrove in passato (il fenomeno è sempre appariscente qualunque sia la nomenclatura monetaria), ad esempio, in Germania (100 bilioni di marchi nel 1924), in Grecia (100 miliardi di dracme nel 1944), in Ungheria (1 miliardo di bilioni di pengo nel 1946, biglietto stampato ma non emesso, una quantità che si scrive male in cifre e tanto peggio si legge perché richiede 21 zeri!).

Più moderate le punte toccate dalla Polonia (10 milioni di marek nel 1923; progettati ma non emessi i tagli da 50 e 100 milioni), dalla Romania (5 milioni di lei nel 1947), dalla Bolivia (10 milioni di pesos nel 1985). Sfuggono alla vista le impennate inflazionistiche se interrotte più o meno tempestivamente dalla sostituzione dell’unità monetaria con una nuova in base ad un rapporto di valore fortemente riduttivo, come per esempio in Russia nel 1922-23 in due episodi (1.000.000:1 rubli); in Cina nel 1948 (3.000.000:1 yuan); in Brasile, a più riprese, con finale cambiamento del nome da cruzeiro a cruzado: nel 1966 (1.000:1), nel 1986 (1.000:1); nel 1989 (ancora 1.000:1); in Argentina, con più passaggi, fra il 1969 e il 1992, dal ‘peso’ con ritorno al ‘peso’ attraverso il peso ley 18.188, il peso argentino, l’austral (risultato conclusivo 10 bilioni:1).

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