Cartamoneta una vecchia storia – 1ª parte

Partiamo da un binomio che è fondamentale per la nostra storia, binomio antico quanto ciascuno dei suoi termini, connaturali l’uno all’altro, inscindibili: banca e moneta. Vien più facile pensare alla vetustà della moneta: contenendo invece il concetto di banca un senso di modernità che non sembra trasferibile ad un passato troppo lontano.

La distanza fra la piazza di emissione e quella di pagamento e quindi le difficoltà (e i rischi) della trasmissione suggeriscono di duplicare e anche triplicare la lettera di cambio per assicurarne l'arrivo, ma nella 'seconda' e nella 'terza' è ben precisato che il pagamento è da farsi una volta sola
La distanza fra la piazza di emissione e quella di pagamento e quindi le difficoltà (e i rischi) della trasmissione suggeriscono di duplicare e anche triplicare la lettera di cambio per assicurarne l’arrivo, ma nella ‘seconda’ e nella ‘terza’ è ben precisato che il pagamento è da farsi una volta sola

Ma sarà agevolato l’accostamento se riusciamo a spogliare il nome ‘banca’ della pompa di cui vogliono vestirsi grossi organismi inpinguati da secolari lucrosi successi (1) e ne riportiamo l’essenza ad un compito elementare, compreso in un più vasto e generico quadro di attività terziaria, offertosi alla acuta intraprendenza di operatori attenti alle opportunità nascoste nei molteplici aspetti dei rapporti economici.

Gran parte degli storici concorda nel relegare la nascita così della moneta come della banca in quella primordialità indefinita che comunemente e sbrigativamente viene chiamata ‘notte dei tempi’. I più singoli sono inclini a collocare fra l’VIII e il VII secolo a.C., secondo discordanti narrazioni, la nascita della moneta propriamente detta, cioé la moneta coniata, e qualche imprecisabile tempo dopo, col propagarsi della circolazione monetaria, l’avvento dell’attività bancaria (2).

Autori più prudenti e realistici respingono una datazione anche approssimativa desunta dalle poche fonti antiche, propendendo per la tesi che la moneta possa aver trovato origine più o meno contemporaneamente presso popoli diversi come risultato spontaneo della ricerca di correntezza dei traffici e quindi come prodotto di evoluzione delle materie di largo uso adottate primieramente, subito dopo la pratica del baratto, quali mezzi standard di scambio. Questa tesi si avvale di una constatazione abbondantemente ripetuta, quella che in ogni tempo uguali bisogni hanno fatto nascere uguali istituzioni (3).

Ed è comprensibile che fin dall’ingresso della moneta nel consorzio umano come strumento intrinsecamente valido e dotato di supporti convenzionali chiaramente interpretabili, attivi essa stessa una serie di incombenze secondarie, collaterali, assunte in blocco dalla funzione bancaria. La quale si pone immediatamente e spontaneamente in posizione di subordinazione nei confronti della moneta, in un rapporto di ‘servizio’ che tende a facilitarne l’accesso e l’uso dentro la società: sono espressioni di questa funzione la custodia, l’impiego, il trasferimento, il cambio, operazioni che da primitive, embrionali, diventeranno via via articolate, sofisticate, aderenti alle occorrenze di una umanità che si evolve, diversifica e specializza le fasi della propria gestione (4).

Primo esemplare conosciuto di cambiale (lettera di cambio) a stampa (1650)
Primo esemplare conosciuto di cambiale (lettera di cambio) a stampa (1650)

Troviamo l’attività bancaria ben formata nella culla greca della civiltà almeno cinque secoli prima dell’era cristiana, concentrata presso i templi, cui provvedevano i sacerdoti (5), ma anche svolta in privato, più modestamente, da persone di classe umile, in prevalenza ex schiavi e stranieri, essendo là tenute in nessuna stima l’attività di commercio e quelle affini.

A Roma, dalla seconda guerra punica fino a Costantino, l’attività bancaria conobbe un crescendo costante, svolta in pratica anche qui da liberti, ma sotto la guida di facoltosi cittadini che, se non raccoglievano proprio le simpatie popolari, riuscivano comunque ad attirare quel rispetto e quella certa invidia che, nel concetto acquisito nella società romana dal denaro e dalla ricchezza, non potevano mancare a chi, come i banchieri (argentarii) davano dimostrazione di saper accumulare, con la loro abiità imprenditoriale, tesori cospicui.

Un ramo in particolare fu frequentato dai banchieri romani: il cambio; e questo si giustifica con l’enorme quantità di specie monetarie circolanti, dovuta in parte alla stessa produzione ‘nazionale’ incredibilmente copiosa e variata, in parte all’afflusso di altre specie dai paesi conquistati. Si è perfino sostenuto che in Roma venisse pubblicato un ‘listino dei cambi’. Sembra che altrettanto praticato dai banchieri fosse il prestito di denaro retribuito in proporzione alla durata dell’operazione.

Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come 'biglietto', 'buono', 'mandato', 'vaglia'
Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come ‘biglietto’, ‘buono’, ‘mandato’, ‘vaglia’

La fine dell’impero romano d’Occidente segna il crollo di quell’attività bancaria tanto bene avviata. Le invasioni barbariche, il conseguente ristagno di affari, la penuria di moneta, ma soprattutto l’avversione della Chiesa – il cui potere si andava velocemente espandendo – al commercio del denaro, ne furono le cause. I “secoli bui” cancellano quasi la funzione bancaria, risparmiando appena quel movimento spicciolo fatto di usura pura e semplice, assunto, in virtù della loro estraneità alle influenze ecclesiastiche, dagli ebrei (6).

La spinta impressa da Carlomagno alle iniziative economiche, i suoi provvedimenti in materia monetaria, intesi soprattutto a dare ordine alle coniazioni, non ebbero grandi effetti sul piano ‘bancario’. Ne ebbero di più le crociate, stimolando un movimento di denaro per il finanziamento delle spedizioni militari, ravvivando di conseguenza una nuova rete di traffici, abbattendo la rugginosa economia feudale. Da questo risveglio nacquero i grandi mercanti che resero celebrata in Europa l’imprenditoria degli italiani, lombardi o genovesi o veneziani che fossero, donde prese vita una categoria di mercanti-banchieri, poi soprattutto banchieri e in primo luogo toscani, i cui nomi e la cui organizzazione, anche se in parte traditi dalla fortuna, sono entrati d’autorità nella storia (7).

Fin qui non è mutata la dipendenza della banca (o del banchiere) dalla moneta e non muta l’adattabilità della prima alle necessità di sviluppo della seconda, finché quest’ultima, la moneta, resta esclusivamente metallica.
Molte cose cambiano invece nel momento in cui il mercante banchiere tardo-medievale assume al suo servizio la carta, creando con essa nuove forme di strumenti monetari immensamente lontane dai tondelli coniati.

Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come 'biglietto', 'buono', 'mandato', 'vaglia'
Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come ‘biglietto’, ‘buono’, ‘mandato’, ‘vaglia’

Ci preme segnalare lo stacco storico – sommariamente databile intorno al XIII secolo – rappresentato dall’avvento della cartamoneta (non ancora così nominata), venendo a sostenere che tale avvento realizza un capovolgimento di quel rapporto di subordinazione che poneva la banca al servizio della moneta e riesce a sottomettere la sostanza monetaria alle cangianti convenienze di una banca che si farà sempre più intraprendente, invadente, disponibile per qualunque intermediazione finanziaria, capace di generare in futuro una moneta sui generis come la moneta bancaria.

Siamo distanti, e non soltanto in termini di spazio, dalla novità monetaria, ugualmente fondata sulla carta, che emergeva in Cina in quel medesimo tempo, generata dalla fantasia impositiva del Gran Kan che di punto in bianco sostituiva una moneta di carta alla moneta di metallo (8), anticipando il tipo di cartamoneta legale a copertura metallica che da noi costituirà il risultato di una evoluzione secolare e dunque saltando a pie’ pari tutto un processo formativo spontaneo, consono alla lenta successione dei tempi e dei costumi.

Un exploit, quello, che indubbiamente costituisce un primato interessante e che ebbe successive replicazioni nel resto del mondo, con prodotti di emergenza economica e politica e perciò in termini di esperienze isolate, ma tutte influenti nella formazione di una consuetudine storica sfociante nelle emissioni dirette del Tesoro di Stato; esperienza praticata anche in Italia, per motivi contingenti e dunque in via transitoria, attualmente assente (9).

Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come 'biglietto', 'buono', 'mandato', 'vaglia'
Con identico significato e valore impegnativo (o imperativo) lo strumento cambiario accoglie altre denominazioni come ‘biglietto’, ‘buono’, ‘mandato’, ‘vaglia’

Le emissioni di carta statale rispettano in pieno la funzione di somministrazione dei mezzi monetari, sempre stata prerogativa sovrana, aggiungendovi una capacità di profitto esclusiva perché, se nel caso della moneta metallica il sovrano, pur avvantaggiandosi del potere di creare moneta, doveva però mettere a disposizione della circolazione la corrispondente quantità di valore effettivo rappresentato dal metallo – magari con i trucchi del minore intrinseco, come nelle monete suberate dell’antichità o nelle ‘piccole’ o erose dei tempi medievali e moderni – con le emissioni cartacee il beneficio della creazione di moneta è sfruttato totalmente, potendosi considerare ridotto pressoché a zero il costo della monetazione.

Noi andiamo a seguire l’iter classico, il corposo filone bancario, e precisiamo subito che, quando parliamo di cartamoneta, intendiamo qualcosa di più di ciò che comunemente è rappresentato dalle banconote (o dai biglietti di Stato), termini moderni atti a individuare specie ben precise e delimitate di moneta cartacea; intendiamo cioé una vasta tipologia di documenti convenzionalmente avvalorati, fondati materialmente sulla carta come supporto di pratico uso e adatti a surrogare la moneta effettiva, a ripetere i caratteri della moneta metallica, ad essere scambiati in luogo di essa con riconoscimento implicito, da parte del ricevente, della loro validità nel regolamento di obbligazioni (10).

Tipologia che spazia tecnicamente fra cambiaria, legale, fiduciaria, bancaria, e comprende una nutrita gamma di strumenti, capaci di soddisfare una molteplicità di operazioni e realizzati in forme non tutte pacificamente accettate nel generico contesto della cartamoneta, anzi spesso relegate, a motivo di certe caratteristiche specifiche che ne limitano la libera circolazione, in un limbo monetario che ospita esemplari di quasi-moneta o pseudo-moneta, e le cui sfumature a volte ne rendono perfino non ben delimitabili i confini.

 

1) Per riferirci all’immediato presente dobbiamo meglio dire che, dopo i contraccolpi subiti dal sistema bancario di seguito allo sconquasso economico-finanziario degli ultimi tempi, certe esteriorità troppo vistose, contrastanti con la diminuita sostanza intrinseca, rischiano di passare per ‘abiti sfuggiti’.

2) Vien d’obbligo il riferimento agli storici solitamente citati, Eforo ed Eliano, secondo i quali il re d’Argo, Fidone, avrebbe fatto coniare le prime monete argentee nell’VIII secolo a.C. nell’isola greca di Egina che ebbe in quel periodo e mantenne per un paio di secoli una grande prosperità commerciale. Lo stesso è riportato nel bizantino Etymologicum magnum. Erodoto sposta le origini della moneta coniata, avvicinandone la data al secolo successivo e allontanandone il luogo nella Lidia, regione occidentale dell’attuale Turchia.

Queste divergenze narrative non appaiono in tal conto da recare pregiudizio alla remota età dell’oggetto moneta, che si dimostra da sé attraverso i reperti; ma servono ad alimentare dibattiti interessanti intorno a un evento che, nella visione di vicende passate, appiattita dal peso di oltre 2500 anni fin qui trascorsi, trova comunque una collocazione sufficientemente riconoscibile.

3) “Noi riteniamo che la disputa degli eruditi sulla paternità dell’invenzione della moneta non porterà mai ad una conclusione universalmente accettabile, perché non potrà mai dirsi in modo assoluto che Fedone, i Lidii o chiunque altro abbia inventata la moneta.
Al pari di molti ritrovati più utili e più necessari all’umanità, la nascita della moneta avvenne quasi simultaneamente presso vari popoli anche lontani tra loro, senza che fra essi si possa stabilire priorità per l’invenzione. Essa fu il frutto di un ritrovato spontaneo del commercio e subito si divulgò per la sua pratica applicazione prendendo ben presto il ruolo di prodotto destinato a servire come strumento generale negli scambi e come misura di valore…” (Ugo Scuotto, Storia delle banche, Pastena, Roma, 1960).

4) L’attività bancaria non ha trovato, quanto la moneta, altrettanto meticolosi esploratori delle sue origini, presumibilmente perché essa si confonde facilmente nel groviglio di quel movimento commerciale del quale costituisce una fascia settoriale tardivamente emersa.

“L’uso della moneta si allarga, si sostituisce gradatamente al baratto e determina la necessità di nuove professioni… quella cioé del cambiavalute e dell’esaminatore del metallo prezioso. Spesso il cambiavalute riunisce le due qualità, consiglia il cliente inesperto e ne diventa l’uomo di fiducia, ne riceve i denari in deposito e… effettua pagamenti per conto del cliente… Il tavolino del cambiavalute, per la sua forma particolare, si chiamava trapeza (trapezio) e trapezita il cambiavalute stesso” (Leo Goldschmiedt, Storia della banca, Garzanti, Milano, 1954).

5) La localizzazione dei mercati in prossimità dei templi può farsi rientrare nell’uso di raccogliere in ampi spazi (l’agorà dei greci, il forum dei romani) i servizi di maggior interesse pubblico. Questo costume fu anche degi ebrei, secondo quanto risulta dalla chiara testimonianza evangelica; la più esplicita quella di Giovanni (2,14); “Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi…”.

6) Il significato etimologico di ‘usura’ attiene semplicemente ad un impiego redditizio del denaro, a un godimento o ricavo dal prestito, e gli è estranea la maggiore o minore misura del frutto. Sotto questo ultimo punto di vista, invece, e cioé in relazione all’esosità dell’interesse preteso, è stata intesa l’usura a partire dal Medio Evo, da quando il commercio del denaro, assunto in esclusiva dagli ebrei perché tagliati fuori dall’esercizio di altre attività, fu esasperato nei suoi effetti, giungendo a configurarsi come costume aborrito condannato dalla legge.

Si potrebbe aggiungere che, al di là dello spiraglio aperto agli ebrei verso il commercio del denaro dalle proibizioni ai cristiani da parte della Chiesa, più diretta sollecitazione può ravvisarsi nell’insegnamento biblico: “Tu presterai a molte genti e nulla prenderai in prestito” (Deuteronomio 15,6)… “Non esigere interessi dal tuo fratello, né per danaro né per grano né per qualunque altra cosa prestata. Esigi invece l’interesse dallo straniero” (Ivi, 23, 20-21).

Per altro non va ignorato che, in compromesso fra il rispetto verso l’indirizzo della Chiesa e il richiamo dell’utilità sociale, non poche volte l’attività creditizia degli ebrei venne incoraggiata dai prìncipi. “Agli ebrei furono concesse, dalle prime Signorie, le condotte, banchi di pegno attraverso i quali prestavano denaro ad un tasso prefissato. E solo in base a quest’attività gli ebrei avevano diritto di residenza” (Annie Sacerdoti-Luca Fiorentino, Guida all’Italia ebraica, Marietti, Genova, 1988).

7) “…lo sviluppo del commercio favorì lo sviluppo del credito, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche tecnico. Il credito a distanza, le speculazioni sui cambi ad esso connesse, le interrelazioni tra le varie piazze e gli interni equilibri delle grandi compagnie che in esse avevano i propri rappresentanti, sono aspetti che appaiono sempre più chiaramente nel corso del XIII secolo.

(…) Si può anzi dire che nella seconda metà del Duecento le fiere vennero parzialmente perdendo il loro ruolo spiccatamente commerciale mentre veniva nettamente emergendo uno straordinario ruolo finanziario. (…) Per alcuni decenni la Gran Tavola dei Bonsignori fu la maggiore e più potente compagnia bancaria europea” (Marco Tangheroni, Siena e il commercio internazionale nel Duecento e nel Trecento, in Banchieri e mercanti di Siena, Siena, 1987).

8) Cfr. Marco Polo, Il Milione, capo XCVII (ediz. ERI, a cura di Maria Bellonci, Torino, 1982; nell’ “ottimo” è al cap. LXXXI): “…questa moneta è fatta con tanta autorità e solennità come se fosse d’oro o d’argento: in ciascuna moneta alcuni ufficiali preposti a questo lavoro scrivono il loro nome e il loro segno…”.

9) L’emissione più rilevante è quella delle Regie Finanze di Piemonte nella seconda metà del XVIII secolo. Dall’Unità in poi le emissioni di biglietti di Stato (e/o Buoni di cassa) sono raccolte in pochi episodi e sempre per valori intermedi fra quelli più bassi occupati dal metallo delle banconote.

10) Aderiamo perciò in pieno all’indirizzo del Vasco; “Comprendo sotto questo nome ogni carta che nel commercio si cambia facilmente con moneta, o con merci, e che viene accettata per soddisfazione di debito” (Giovan Battista Vasco, Saggio poitico della carta-moneta [1790?] in G. Prato, La teoria e la pratica della carta-moneta…, Bocca, Torino, 1915).

— continua–

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