Buoni Medici per il Corpus

Lo stemma del Granducato di Toscana
Lo stemma del Granducato di Toscana

L’ottimo volume di Gustavo Di Giulio sulla monetazione medicea nel Granducato toscano è un esempio di come si potrebbe, con serietà e soprattutto solidarietà fra gli studiosi, portare a termine la necessaria opera di revisione del Corpus Nummorum Italicorum.

Il Corpus Nummorum Italicorum, la monumentale opera in 20 volumi curata da Vittorio Emanuele III e dai suoi collaboratori sulle monete battute in Italia dalla caduta dell’Impero d’Occidente ai nostri giorni (i “nostri giorni” ovviamente si spostavano in avanti via via che i volumi uscivano, per cui i primi volumi sono i meno aggiornati fermandosi al 1913, gli ultimi i più completi arrivando al 1940) accusa il passare del tempo e gli acciacchi dell’età. Non è una novità.

Studi, ricerche, la scoperta di nuove date, tipi, valori, la correzione di errate attribuzioni, la diversa classificazione di monete, hanno in tutti questi anni reso il CNI un campo che, restando fondamentale e punto di partenza per qualsiasi studio, diventa sempre più incerto e minato. Bisognoso com’è di un aggiornamento di cui tutti sentono il bisogno e l’urgenza.

Cosimo II de' Medici in una bella medaglia fusa dal Dupré
Cosimo II de’ Medici in una bella medaglia fusa dal Dupré

Ma chi deve farlo? Meglio, chi può farlo? L’ideale sarebbe, non c’è dubbio, un aggiornamento globale, che abbracciasse cioé tutti i 20 volumi, con un’opera quindi meticolosa e progressiva che portasse ad “appendici” complementari per ogni volume, così come avviene per le enciclopedie, la Treccani per esempio. Un’impresa di tal genere, per la sua mole ed impegno, non potrebbe certo essere svolta e portata a compimento da un singolo studioso, sia pure preparatissimo e ferratissimo; dovrebbe essere opera di una équipe di studiosi coordinata da un comitato direttivo.

A suo tempo lanciammo e caldeggiammo l’idea: perché i migliori studiosi e professionisti oggi esistenti in Italia non si mettono d’accordo per varare un’impresa del genere che, oltre ad essere utile, renderebbe onore e giustizia a chi per primo ideo il Corpus? Basterebbe che per ogni regione venissero individuati due o tre studiosi che dovrebbero curare le zecche della loro terra, sempre sulla falsariga del CNI; il tutto da coordinare a Roma o a Milano.

Il porto di Livorno come appare sulla Piastra di Cosimo III del 1705
Il porto di Livorno come appare sulla Piastra di Cosimo III del 1705

Ma l’appello è sempre caduto nel vuoto. Se gli italiani sono individualisti, figuriamoci i numismatici! “Ciascuno per sé, nessuno per tutti”, potrebbe essere il loro motto. Con la conseguenza che manca qualsiasi punto di riferimento certo e sicuro non solo per le valutazioni delle monete, ma anche per gli stessi riferimenti, il grado di rarità, lo stato di conservazione. Ognuno tira diritto per la sua strada, fregandosene degli altri. Così non esiste una associazione veramente rappresentativa dei commercianti e dei collezionisti. Tanti circoli, associazioni, gruppi, ma frazionati, estemporanei o abbarbicati a vecchie tradizioni, appartenenti più al passato che al presente.

In questo panorama piuttosto desolante e squallido, è evidente che ogni studioso cerchi di arrangiarsi e di portare in porto, ciascuno per quanto riguarda le sue competenze e conoscenze, quell’opera di aggiornamento e completamento del Corpus che la mancanza di un coordinamento e di una solidarietà di corpo impediscono di realizzare sul piano generale. Altrettanto ovvio che, mentre va lodata comunque la generosità dell’impegno dei singoli che, isolati trovano maggiori difficoltà di quanto non troverebbero uniti, va deprecata questa “pioggia” di contributi sparsi, scoordinati, ciascuno condotto secondo diversi criteri e norme. Insomma, un’ “Armata Brancaleone” che va avanti alla meglio. Senza per questo – lo ripeto – togliere nulla al merito, alla serietà, alla importanza dei risultati raggiunti. Dio ce ne guardi.

Da sinistra e dall'alto: il Tallero per Pisa di Cosimo II; la Piastra per Firenze di Ferdinando II; la famosa "pezza della Rosa" per Livorno del 1665 e la Piastra per Firenze di Cosimo III
Da sinistra e dall’alto: il Tallero per Pisa di Cosimo II; la Piastra per Firenze di Ferdinando II; la famosa “pezza della Rosa” per Livorno del 1665 e la Piastra per Firenze di Cosimo III

Tra i tanti contributi destinati ad aggiornare e completare il CNI usciti in questi ultimi tempi, va segnalato quello di Gustavo Di Giulio che per l’editore Mario Ratto (un nome questo che non abbisogna certo di presentazione) ha affrontato un campo tanto vasto quanto di grande interesse: quello della monetazione medicea, ossia le monete d’argento di grande modulo battute nelle zecche del Granducato di Toscana sotto la Signoria dei Medici. Un campo tanto più arduo quanto meno affrontato, da quando uscì nell’ormai lontano 1929 il volume del Corpus sulle Zecche minori della Toscana e nel 1930 quello sulla Zecca di Firenze.

Il "Tollero" per Livorno del 1712 con la vecchia fortezza di Livorno al rovescio
Il “Tollero” per Livorno del 1712 con la vecchia fortezza di Livorno al rovescio

Il volume di 141 pagine, arricchito da 127 illustrazioni di altrettante monete, più riproduzioni di antichi bandi e incisioni in rame dei 7 Duchi di Firenze (bellissime le due cartine allegate sulla Toscana ai tempi dei Medici e sull’albero genealogico della stessa Casa granducale), comprende tutte le monete battute in Toscana dai Medici, dalla prima piastra del 1568 per Firenze alla “pezza della Rosa” del 1726 con cui si chiude la serie dei grossi nominali d’argento. Di ogni moneta vengono descritte le impronte, le leggende, i riferimenti principali (oltre al Corpus e al Galeotti, le aste ed i listini, e in particolare l’asta della collezione Ruchat, l’ultima specializzata del settore e del periodo presi in esame), i dati tecnici, le varianti, il grado di rarità.

L’opera, molto bella e curata graficamente come tutte le opere edite da Ratto, risulta particolarmente viva e nuova per quanto riguarda non tanto le varianti epigrafiche ma quelle iconografiche, quasi sempre ignorate o trascurate dal Corpus. Il quale, mancando di possibili e necessari confronti tra i vari tipi monetali, finisce per confondere ed unificare tipi diversi per ritratto, come avviene per esempio a proposito dei Talleri per Livorno battuti da Cosimo III a partire dal 1760: Talleri che all’inizio recano una immagine giovanile del granduca, poi più adulta, infine difforme dalle precedenti non solo per la conformazione del mento e del labbro, ma anche per la corazza diversamente ornata e articolata.

Quanto l’opera del Di Giulio sia fondamentale e innovativa lo dimostra proprio questa meticolosa, puntigliosa ricerca dell’identità iconografica di ogni moneta, contrapposta, ahimé, alla troppa superficialità dimostrata dai compilatori del Corpus.

Prendiamo per esempio, le Piastre battute a Firenze dal 1574 al 1585: il Di Giulio riporta ed illustra 8 tipi diversi e 5 varianti. Il Corpus invece non illustra che un solo tipo e ne descrive altri due in modo, peraltro, tutt’altro che fedele; così si ignora che in alcune Piastre la corazza è diversa per ornamenti, che la data in un tipo è divisa in due coppie di numeri, che il mantello del Battista è ora lungo ora corto, che le lettere sono talora più grandi, che spesso il paesaggio dietro il Santo è variato, che l’espressione del Duca qualche volta cambia in conseguenza del variare del diametro antero posteriore alla testa di Francesco I, eccetera.

Non certo particolari di poca importanza. Per cui non deve meravigliare se alla fine ci si ritrova con 80 tipi illustrati di monete in confronto ai 40 del Corpus e ai 46 del Galeotti.

Una bella medaglia di Giovanni Gastone de' Medici
Una bella medaglia di Giovanni Gastone de’ Medici

E qui salta fuori un problema d’attualità e che attende sempre d’essere affrontato e risolto: quello della demarcazione tra variante e tipo. Quando si ha un tipo nuovo oppure solo una variante? L’autore, per esempio, ritiene un tipo a sé stante quello che reca una sigla o firma dell’incisore rispetto ad altre monete uguali ma senza sigla o firma. E il discorso potrebbe continuare. Anche qui torna di scottante attualità quanto dicevo e lamentavo prima: che bisognerebbe mettersi d’accordo, finalmente, su alcuni punti fondamentali, e tra questi la classificazione delle monete.

Altro punto dolente, il grado di rarità. Chi adotta la scala di 10 gradi, chi quella di 5; il Di Giulio preferisce la scala di 6 gradi. Certo, “melius abundare quam deficere”, ma non sarebbe male l’adozione di un criterio unico e generale. Meno equivoci e confusione.

Interessanti le note storiche ricche di particolari sulla vita, il carattere, le vicissitudini dei singoli Duchi e Granduchi che precedono la monetazione e altrettanto interessanti quelle numismatiche, spesso piene di sorprese e particolari che gettano nuova luce sulle Zecche di Firenze, di Livorno e di Pisa sotto i Medici, i loro Maestri e incisori, le monete coniate. Altro merito, tra i tanti che l’opera del Di Giulio può meritatamente vantare, quello di riportare anche le contraffazioni.

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