“BR” chi c’è dietro?

Una lettera del 1728 con un bollo (presumibilmente un "BR") che ha incerte connotazioni. È l'unico esemplare conosciuto
Una lettera del 1728 con un bollo (presumibilmente un “BR”) che ha incerte connotazioni. È l’unico esemplare conosciuto

Bolli, soltanto bolli. Può sembrare una pinzillacchera, come diceva il povero Totò, ma il lessico deve essere rispettato anche da qualche pontefice massimo della filatelia che appena si avventura nel territorio della prefilatelia scende al disotto dei medioleggeri. E così avviene di leggere in una monografia abbastanza recente il vocabolo “annullo”, e neanche una volta sola (errare humanum est, perseverare diabolicum). Proprio chi vuol sapere di saperla lunga non dovrebbe cadere in un errore così elementare, essendo l’annullo – come recita un qualsiasi dizionario – “un timbro o altro contrassegno apposto sul francobollo per indicarne l’avvenuta utilizzazione”. E cosa diavolo può annullare (evitiamo, per favore, l’orrendo francesismo “obliterare”) una qualsiasi impronta prefilatelica? Bolli, quindi, e soltanto bolli.

In un primo tempo a secco e poi inchiostrati, i bolli prefilatelici appartengono a varie categorie. Sono da citare, tra i più rilevanti, i bolli di partenza, di arrivo, di transito, dei corrispondenti, di sanità (disinfezione), di posta militare.

Poi i bolli tariffari, quelli che indicano il mezzo di trasporto (per mare, per ferrovia) e il tipo di servizio richiesto (raccomandazione, assicurazione). E sono numerosi anche i bolli “di provenienza”, da non confondere con quelli di partenza. L’Ufficio della Posta napoletana a Roma, ad esempio, utilizzava una serie di timbri (Romagna, Genova, Milano, Toscana, Venezia, Torino, Germania) per bollare la corrispondenza in arrivo con destinazione Regno di Napoli e Sicilia: di qui il “Milano” anche per lettere da Brescia o da Varese, o il “Torino” per tutta la corrispondenza proveniente dagli Stati sardi.

A questi bolli di “provenienza” (che, in questo caso, sono anche “di transito”) dobbiamo aggiungere il “Roma” dello stesso tipo, utilizzato per le lettere in partenza da Roma con destinazione Sud. Altri bolli di provenienza, infine, indicano lo Stato da cui è partita la lettera, ad esempio il “Russie” o il “D’Autriche” (dall’Austria).

La casistica dei bolli sulla corrispondenza è quanto mai varia: la maggior parte delle lettere presenta il bollo di partenza al recto (cioé davanti) e la data di arrivo al verso. Utilizzati soprattutto nei grandi centri, come Milano o Torino, i bolli di transito hanno un uso sporadico, ma in qualche caso ne troviamo anche più di uno, come in una bella lettera quadricolore, dove il bollo “Carpi” (nero, di partenza) è accompagnato da un “Reggio” (rosso carminio, di transito), “Modena” (verde olivastro, di transito) e dal “Guastalla” (rosso giallognolo) di arrivo.

E ci sono lettere con soltanto la data (e talvolta la località) d’arrivo, e lettere non bollate che hanno soltanto il segno manoscritto di tassa.
Le norme variano da Posta a Posta. Non occorre spostarsi da Roma (dove hanno sede anche alcune Poste straniere) per rilevare le difformità di bollatura: chi applica il bollo in partenza e in transito, e chi invece soltanto in arrivo.

È questo il caso delle Poste Pontificie (dette anche le “Poste di Nostro Signore”) che per oltre un secolo bollano le lettere esclusivamente all’arrivo e sempre al verso. Una prima novità la troviamo con il generalato delle Poste di Alessandro Falconieri che prescrive la bollatura al recto: è il 1795, e in questo periodo il bollo “Roma” viene usato in alternativa (il perché non si sa) con il bollo “AFG” (Alessandro Falconieri Generale).

Una seconda novità arriva quattro anni più tardi con la Repubblica romana, in seguito ad un’ordinanza consolare secondo cui “tutte le Lettere quali si inviano per la Posta siano contrassegnate, e marcate nella Soprascritta colla provenienza del Luogo d’onde partono”. Si tratta di una disposizione estremamente rigorosa (c’è rischio di rimetterci il posto) e quindi il bollo “Roma” viene attentamente usato anche per la bollatura in partenza.

Una bella lettera del 1807 con i bolli di Carpi, Modena, Reggio e Guastalla
Una bella lettera del 1807 con i bolli di Carpi, Modena, Reggio e Guastalla

Nasce così una fioritura di nuovi bolli (ad esempio, un “Todi” mai più usato dopo la caduta della Repubblica romana), mentre talune località minori – in attesa del timbro, che non sempre farà in tempo ad essere realizzato – provvedono con un’annotazione manoscritta ad opera dell’impiegato postale. Si conoscono a questo proposito, due rare lettere con il grafico di Acquasparta (per intero e abbreviato “Acqta”).

Caduta la Repubblica romana, tutto torna come prima, e la bollatura delle lettere in partenza la ritroveremo soltanto nel 1809, quando le Poste pontificie passerano (il 20 luglio) alle dipendenze delle Poste francesi, già da tempo funzionanti presso l’ambasciata di Francia. Si chiude, in tal modo, un periodo di eccezionale interesse – quello, appunto, degli appaltatori pontifici – sul quale vogliamo soffermarci soprattutto per la straordinaria rilevanza dei primi bolli.

La monografia di Mario Gallenga “I bolli di Roma”, fondamentale per lo studio dei servizi postali dell’epoca, era pressoché ultimata quando fu scoperto un bollo del 1705 che anticipava di ben sette anni il bollo più remoto e che Gallenga fece appena in tempo a catalogare. Senonché, poco tempo dopo, fu rinvenuto un altro bollo ancora più remoto, addirittura del 1682: si tratta di un “FN” in cerchio, corrispondente alla sigla del marchese Filippo Nerli che era generale delle Poste in quel periodo. Di questo bollo si conoscono soltanto due esemplari, ma uno soltanto (riprodotto in questo articolo) in buone condizioni.

Forse la polvere degli archivi nasconde ancora molti segreti, fra i quali possibili bolli anteriori al 1682, tenendo presente che la prima impronta inchiostrata di Ronciglione (antichissima direzione delle Poste pontificie, fra Nepi e Viterbo) risale al 1661. È ipotizzabile che la sede centrale abbia ignorato per oltre vent’anni un sistema di bollatura attuato da un ufficio periferico? È rarissimo, quindi, il bollo “FN”, mentre sono addirittura uniche due sigle trovate su lettere del 1728 e del 1785, un probabile “BR” un sicuro “PM”: due esemplari non soltanto eccezionali, ma anche avvolti nel mistero.

Qual è, infatti, il significato di queste sigle? Non ci sono dubbi sul bollo “FN”, mentre non risultano generali delle Poste aventi sigle rispondenti ai bolli “BR” e “PM”.
Lo stesso discorso vale per la sigla “GA” in ovale che si trova, fra il 1770 e il 1785, soltanto su lettere provenienti da Napoli.

Lettera del 1682 con bollo "FN", la sigla di Filippo Nerli, generale delle Poste
Lettera del 1682 con bollo “FN”, la sigla di Filippo Nerli, generale delle Poste

Secondo l’ipotesi più probabile, queste sigle potrebbero appartenere a controllori postali, tenendo presente che la bollatura della corrispondenza – fino a quasi tutto il ‘700 – sembra occasionale, a guisa di un controllo esercitato saltuariamente: di qui il “GA” sul percorso Napoli-Roma o un curioso “muto” (senza sigla, con l’apparenza di un tampone) che si trova intorno al 1770 sulla corrispondenza proveniente da Tagliacozzo. L’ultima sigla del periodo degli appaltatori (o generali) è l’ “AFG” cui già abbiamo fatto cenno, riscontrata in diversi tipi e colori fino all’ottobre 1809.

Altrettanto varia è la tipologia del bollo precedente, il “CMMG” per il quale può sembrare verosimile l’attribuzione “Camillo Massimo Maestro Generale”. Ma anche qui tornano i dubbi, perché la sigla – ad un certo momento – si trasforma in “CNGM” che non trova plausibili spiegazioni. Ancora una volta ci troviamo di fronte all’ “Hic sunt leones” (Qui ci sono i leoni) delle antiche carte geografiche, ad uno dei tanti interrogativi che restano da risolvere. Gli archivi sono miniere, e niente è definitivo. Non c’è dubbio, in ogni caso, sul particolare interesse che presentano i bolli in arrivo delle Poste pontificie: non più di ventidue (fino alla comparsa del “Roma” nel 1795) nell’arco di centotredici anni, e tutti rari o rarissimi, due addirittura in un solo esemplare.

La storia postale prefilatelica non conosce ancora le clamorose quotazioni della filatelia, dove l’unico esemplare del francobollo da 1 cent. della Guyana Britannica del 1856 è diventato addirittura leggendario. La prefilatelia, oltre ai due sopra citati, conosce non solo altri esemplari unici, ma anche non pochi bolli al cui confronto molte “rarità” filateliche diventano quasi ordinaria amministrazione. Da anni, ormai, anche la prefilatelia si è insediata nei cataloghi d’asta, dove si è affacciato più volte perfino il “tre lire” di Toscana, mentre mai abbiamo trovato uno solo fra i pochissimi bolli antecedenti il generalato del marchese Camillo Massimo. E anche queste non sono pinzillacchere.

BR chi c’è dietro?

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