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TEMATICHE TELEMATICHE

Di Guglielmo Carretti, Edizioni Edicomp, 1998.

Uomo di comunicazioni, con questo volume Guglielmo Carretti ha voluto dimostrare concretamente come la filatelia possa essere ausilio divertente all’apprendimento di materie diverse. Nel caso specifico le telecomunicazioni. Suddiviso in nove parti, ognuna delle quali formata da un consistente numero di capitoli, il volume poggia su testi brevi e copiose illustrazioni costituite quasi esclusivamente da francobolli piuttosto recenti, qua e là mischiati a carte telefoniche.

A farla naturalmente da padrone sono il telegrafo, il telefono, la radio e la televisione.
Parlando di telefono giustamente Carretti spezza una lancia a favore di Antonio Meucci, il vero inventore del telefono anche se l’invenzione continua ad essere attribuita all’americano Alexander Graham Bell.

Un bel libro sulle comunicazioni, quindi, con copiosi riferimenti filatelici. Fra questo il 350 lire I mezzi di comuicazione del 1986. In quell’anno, osserva Guglielmo Carretti, “l’Amministrazione postale sentì la necessità di dedicare un francobollo generico alle telecomunicazioni, come fenomeno del tempo, senza riferirsi ad un servizio o ad un evento in particolare. L’intenzione, senz’altro lodevole, non ha trovato riscontro nella forma che ci ha lasciati piuttosto perplessi.

Ci spieghiamo: il bel francobollo, con qualche somiglianza al francobollo emesso nel 1970 per il completamento della teleselezione integrale sul territorio nazionale, riproduce una rete di cavi che collegano un vecchio telegrafo ad un moderno ponte radio (che i cataloghi definiscono ‘antenna-radio ricevente’ che non è un errore ma dimostra una certa lontananza dagli argomenti specifici), viene emesso con la head-line ‘Mezzi di comunicazione: Le telecomunicazioni’; e fin qui tutto bene. L’anomalia ci appare nello scoprire che l’iniziativa fa parte della serie pluriennale ‘problemi del nostro tempo’, che dedicava, appunto, annualmente un francobollo ad un problema diverso.

Nel 1981 l’argomento era il ‘dissesto ecologico’, nel 1982 la ‘lotta contro il fumo’, nel 1983 la ‘lotta contro il cancro’, nel 1984 la ‘prevenzione degli infortuni stradali’ e nel 1985 ‘gli anziani ed i loro problemi’. Considerando poi che nel 1987 l’argomento era la ‘lotta all’alcolismo’, ci appare piuttosto fuori tema, a meno che qualcuno della Consulta non considerasse i mezzi di comunicazione e le telecomunicazioni una calamità, l’inclusione di questo argomento tra ‘i problemi del nostro tempo’.

Riteniamo che l’intenzione inespressa fosse quella di considerare le telecomunicazioni come un mezzo per risolvere alcuni di quei problemi, quelli condizionati dalla distanza, e si tenessero presenti i vantaggi della velocità delle informazioni, della telemedicina, della teledidattica, e simili”.

In realtà l’emissione del 1986 uscì sotto la testatina: Il nostro tempo, che rimpiazzò la precedente: Problemi del nostro Paese e del nostro tempo. La riformulazione nacque in Consulta, riunita il 19 dicembre 1984, così da sbloccare l’impasse che si era creata intorno al francobollo per il “bradisismo” di Pozzuoli, messo in calendario dalle Poste. Tra le proposte alternative l’energia geotermica e, per l’appunto, i mezzi di comunicazione.

I “servizi della telegrafia, telefonia, telex che permettono la semplice trasmissione della notizia, si sono dunque affiancati – l’annotazione di Roberto Panella, all’epoca direttore generale delle Poste, è presa dal bollettino illustrativo – nuovi più sofisticati servizi come quelli della Itapac, del facsimile, della videoconferenza, che consentono di assumere informazioni selezionate fino a raggiungere i più lontani archivi elettronici”.
Circa poi l’antenna radioricevente, essa è così citata sul bollettino illustrativo e in altri stampati delle Poste.

 

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IL GRONCHI ROSA

Di Lucio Mauro, Alfredo Guida Editore, 1998.

Il Gronchi Rosa – è stato scritto più volte – è, a torto o a ragione, il valore filatelico più noto: anche e soprattutto per quelli che i francobolli non li collezionano. E “Il Gronchi Rosa” è anche il titolo di questo avvincente giallo che Lucio Mauro (collezionista anche lui) ha scritto per Alfredo Guida Editore.

Questa in breve la trama. Protagonista del poliziesco è Aldo Rossetti, un ricco collezionista filatelico, che viene trovato ucciso con un colpo di pistola alla tempia. La polizia scarta subito l’ipotesi del suicidio inscenato dall’assassino.

Indagando nel mondo della filatelia e nel giro di conoscenze del filatelista, emerge una realtà ben diversa dalle apparenze, fatta di vizi e di perversioni. Il presunto assassino viene a sua volta ucciso in circostanze poco chiare, e così le indagini ricominciano dalla collezione di francobolli di Rossetti…

 

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PONTI CELEBRI SUI FRANCOBOLLI

Di Joan Bagdassar Sahinian, edizioni Almaron, 1998.

Anni fa lo stesso autore si era fatto apprezzare per un pregevole catalogo dei francobolli sui ponti. Questa pubblicazione, in lingua romena, approfondisce invece la conoscenza dei ponti più celebri, scelti o per la loro anzianità o per la loro storia o per la loro importanza artistica e tecnica.

I vari tipi di ponti sono classificati secondo il più corrente ordinamento logico: ponti naturali, in legno, in pietra, in cemento armato, metallici, sospesi. Per ognuno è fornita un’ampia descrizione tecnica, storica e filatelica, cosicché i collezionisti tematici possono trovare ampie informazioni da riassumere per i testi delle loro collezioni.
Ciascun capitoletto è illustrato con un francobollo. Per l’Italia è presente il solo ponte di Rialto, a Venezia.

 

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LA FILATELIA COME MEZZO DI PROPAGANDA PSICOLOGICA

Di Gianfranco Pastormerlo e Fabio Bonacina, La voce del Cifr, 1998.

L’opuscolo repertoria vignette, francobolli ed altro materiale postale che durante la seconda guerra mondiale, e cioé dal 1938 al 1945, venne adoperato per denigrare, per prendere in giro l’avversario. Senza per questo dimenticare carte valori postali predisposte da parte di Berlino Occidentale e della Danimarca in previsione di possibili “invasioni”.

Nella parte finale vengono presi in considerazione utilizzi propagandistici dei francobolli, pur slegati dal conflitto mondiale.
In alcuni casi si tratta di vignette predisposte guardando al mercato filatelico (è questo il caso dell’Eritrea e della Palestina), mentre in altri (come nelle numerose emissioni dell’Iran) i dentelli postali vengono usati con chiari fini di propaganda.

 

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BRIEFMARKEN FAELSCHUNGEN SELBST ERKENNEN

Di JS, Edizioni Philathek Verlag, 1998.

Come autore è indicato solo JS, che sta per Junge Sammler (Giovani collezionisti), una sezione dell’Associazione tedesca dei giovani filatelisti di lingua tedesca. Un’associazione che profonde molte energie e molto impegno non solo per riunire i giovani filatelisti di lingua tedesca ma anche per assisterli e aiutarli.

Attraverso molte fotografie a colori il volume aiuta il collezionista a individuare le falsificazioni più elementari e, a volte, più pericolose in quanto passano fra la disattenzione dei più senza che i giovani , ma non solo loro, sottopongano pezzi di scarso valore all’esame dei periti.

 

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REGISTRO FILATELICO DI TUTTI I MEDICI DEL MONDO E DEI PERSONAGGI AVENTI RAPPORTI CON LA MEDICINA

Di Rudolf Wallossek, 1998.

È uscita recentemente la seconda edizione del “Register” di tutti i personaggi (circa 2.000!) che hanno riferimenti con la medicina e sono stati ricordati in francobolli, annulli e altro materiale filatelico.

Di ogni personaggio, oltre ai dati biografici essenziali e una sua classificazione sotto l’aspetto medico, vi è il riferimento ad una biografia, di regola edita su pubblicazioni degli stessi autori.

Segue l’elenco dei francobolli o dell’altro materiale filatelico in cui è riscontrabile il riferimento al personaggio. Questo elenco, di regola molto completo, in alcuni casi, in cui il materiale è estremamente numeroso e il riferimento alla persona non diretto, viene limitato ad alcuni esemplari.

Purtroppo i francobolli sono sì elencati per Paese ed anno, ma con scopo dell’emissione in lingua tedesca e con il riferimento ai numeri del Catalogo Michel, non molto diffuso in Italia.

Gli annulli, le affrancature private autorizzate (“rosse”), gli interi, e l’altro materiale sono elencati per Paese, data e luogo d’uso, mentre la descrizione è purtroppo ancora solo in tedesco. Fa seguito l’elenco delle categorie secondo le quali sono state suddivise le varie persone e quindi quello dei nominativi assegnati ad ognuna di esse.

Si tratta di un’opera imponente, senza quasi errori e pressoché completa; fondamentale e indispensabile per chi si occupi di filatelia medica. Anche chi si interessa da decenni di questo ramo ha senz’altro la possibilità di scoprire, perfino tra gli italiani, personaggi che ignorava completamente che avessero un riferimento filatelico.

Una delle poche osservazioni negative che si possono fare è quella che le abbreviazioni (spesso di ben sei lettere riferite al termine tedesco) potrebbero essere molto meno numerose (sette solo per gli “interi”!).

Gli autori sono il Dr. R. Wallossek, ortopedico e storico della medicina, tedesco, editore di alcuni volumi di biografie medico-filateliche e di “Philatelia Medica” (Organo del Gruppo Tematico di Medicina e Farmacia della Fip), e il Dr. P. Gysin, dentista svizzero, che ha pubblicato parecchi volumi su gli annulli mondiali di argomento medico.

 

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FIUME, TERRA D’ITALIA

Di Giuseppe Sirsen, Circolo Filatelico Numismatico di Montagnana, 1998.

Istria, Terra d’Italia: questo il titolo della mostra allestita parecchi anni fa dal Circolo filatelico della Città Murata, Montagnana. Pur non nuovo in fatto di pubblicazioni, in quell’occasione il Circolo di Montagnana diede alle stampe “un’opera di notevole impegno in sintonia col tema della mostra”.

Suddiviso in due blocchi il volume, tornato d’attualità a seguito dell’emissione dell’800 lire Esodo degli italiani da Fiume, dall’Istria e dalla Dalmazia, tratta di posta e filatelia e anche di numismatica. Il blocco propriamente postale apre col periodo filatelico e prosegue con l’Amministrazione postale austriaca: l’Amministrazione postale ungherese; l’Occupazione croata; le emissioni delle Poste di Fiume; l’Amministrazione postale del Regno d’Italia; l’Amministrazione postale della Repubblica sociale italiana; l’Occuppazione jugoslava e l’Amministrazione postale jugoslava.

Nel saggio si parla, ancora, come esemplare unico, del francobollo di fantasia, il 15 centesimi “pro fondazione studio”, che al posto della lupa presenta il Comandante in divisa di ardito. in realtà gli esemplari sono almeno tre.

 

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LE RELAZIONI DEL SEGRETARIO GENERALE PER GLI AFFARI CIVILI

Di Bruno Crevato Selvaggi, presso l’autore, 1998.

“Si può fare storia postale senza conoscenza approfondita delle fonti? No di certo, almeno per quanto riguarda gli ultimi due secoli. A meno che non si voglia dare al termine storia postale l’interpretazione distorta e di stampo prettamente commerciale che ne danno certi filatelisti e la stessa Fip, abituati a ragionare solo in termini di collezioni di rarità, di mercato, e a lavorare per induzione per pubblicare volumi in cui sovente la storia postale è solo nel titolo”.

Così scrivevamo Enrico Angellieri e io nella prefazione al volume di Vastophil 92 Poste Italiane 1861-62 Gli anni dell’esordio, in cui sono pubblicati e commentati i primi testi delle Poste Italiane. A distanza di anni riconfermo parola per parola quanto scritto, e saluto con piacere questa pubblicazione che si pone sulla stessa direttrice: fornire all’appassionato le fonti primarie – leggi, regolamenti, istruzioni, circolari ecc – necessarie per una reale e non approssimativa conoscenza dei vari settori collezionistici.

Si tratta della parte postale compresa nelle 4 relazioni redatte dal Segretariato Generale per gli Affari Civili nei territori occupati della Venezia Giulia e che coprono gli anni dal 1915 al 1919, nonché i documenti di argomento postale inclusi nei 22 fascicoli allegati alle Relazioni. Ne emerge un quadro dettagliato sulla storia e l’attività dei 30 e più uffici aperti nella Venezia Giulia occupata dalle Truppe italiane agli inizi della Grande Guerra (Ala, Caporetto, Cervignano, Cormons, Cortina d’Ampezzo, Grado eccetera) e dotati del caratteristico bollo Poste Italiane degli uffici all’estero.

Le molte informazioni – dalle date d’apertura e chiusura al numero di corrispondenze, pacchi e telegrammi spediti da ciascun ufficio – sono una base indispensabile per qualunque collezione, studio o ulteriore ricerca su questo interessante capitolo di storia postale, nonché per un’esatta valutazione del materiale collezionistico relativo.

 

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PRIGIONIERI ITALIANI IN GRAN BRETAGNA (1940-1947)

Di Luciano Previato, i Quaderni del Cifr., 1998.

In un articolo pubblicato da una paludata rivista anglosassone Bob Moore adduce tra le ragioni che sono alla base dello scarso interesse per ricerche storiche nel settore dei prigionieri di guerra, l’ipotesi che “forse la storia dei prigionieri di guerra è implicitamente una storia di vinti anziché di vincitori… e perciò rientra in un ambito interdisciplinare che attrae scarso interesse tra storici e studiosi”.

A mio parere Moore ha colpito nel segno e le stesse argomentazioni sembrano valide nel settore storico postale ove la posta dei prigionieri è una cenerentola incompresa e trascurata. Nel panorama dell’editoria italiana i testi sui prigionieri di guerra di entrambe le conflagrazioni mondiali finora pubblicati sono rivoletti a confronto del mare magnum della letteratura sulle poste militari; tra le poche eccezioni rientrano gli scritti di Walter Weisbecker e di Giorgio Migliavacca agli inizi degli anni Ottanta, ma anche questi con lo svantaggio di essere per lo più in lingua inglese.

Gli stessi autori pubblicarono qualche articolo su varie riviste italiane, ma la bibliografia sui prigionieri langue tuttora ed è (duole ammetterlo) assai scarna. Questo pregevole volumetto di Luciano Previato viene a colmare una lacuna non indifferente, almeno sul piano prettamente storico postale. Va tenuto presente che, al pari di quanti l’hanno preceduto, Previato si muove su un terreno vergine e non privo di mine: a maggior ragione ci sentiamo perciò autorizzati ad esprimere viva gratitudine all’autore.

Fin dall’inizio Winston Churchill seguì il consiglio del capo del Comitato per la sicurezza interna, il Visconte Swinton. Nell’ambito della tattica temporeggiatrice adottata a Londra nei riguardi dei prigionieri di guerra venne dapprima deciso di chiedere al Sud Africa e all’Australia di sobbarcarsi il peso di modeste quote iniziali di prigionieri. I Dominios avevano poca scelta e acconsentirono, ma nell’estate del 1940 venne deciso altrimenti e 7.000 tra internati e prigionieri (per lo più tedeschi, ma anche 1.500 membri del partito fascista), furono imbarcati alla volta del Canada.

Questa tattica, benché contrastata dal Foreign Office che temeva rappresaglie tedesche sui prigionieri alleati in Germania, restò valida fino all’inverno 1940. Nei mesi che seguirono, la campagna in Nord Africa produsse risultati inaspettati e sconcertanti; il 7 gennaio il generale Wavel informava il War Office che aveva 59.000 prigionieri italiani e 14.000 libici. Questi, per la maggior parte, furono trasferiti in Egitto per ovvi motivi di sicurezza. Gli stessi motivi, dunque, che sei mesi prima avevano spinto Churchill a mandare oltreoceano i prigionieri catturati sul fronte del vecchio continente.

Nel frattempo lo Stato Maggiore dell’esercito inglese andava facendo pressioni su Churchill affinché un certo numero di prigionieri italiani venisse utilizzato in Gran Bretagna per lavoro coatto. La svolta decisiva doveva avvenire nel maggio 1941 quando Churchill affrontò il War Cabinet per chiederne il nulla osta. La domanda per il lavoro coatto si rivelò inesauribile e i primi prigionieri italiani sbarcarono in Gran Bretagna il 26 luglio seguente.

L’8 settembre 1943 ebbe un notevole impatto sui prigionieri, 75.000 dei quali erano già utilizzati come manodopera in Gran Bretagna. Le trattative con Badoglio risultarono infruttuose e nell’aprile 1944 i prigionieri italiani si videro offerta la prospettiva di cambiare il loro status e diventare “collaboratori”. Nell’ottobre, 100.000 dei 140.000 prigionieri italiani in Gran Bretagna avevano optato per il collaborazionismo; sei mesi più tardi, nel marzo 1945, il totale dei collaboratori era salito a 114.000 unità.

Su questo sfondo si dipana la assai complessa matassa storico-postale dei prigionieri italiani in Gran Bretagna affrontata con una buona dose di coraggio da Luciano Previato. Dopo l’excursus storico, l’autore ci presenta un elenco dei vari campi, dall’1 al 1.045, per poi passare ai molteplici e multiformi timbri usati sule corrispondenze, per lo più esenti da affrancatura. Gli interi, ovvero la tipologia modulistica, vengono esaminati in un capitolo ben dettagliato.

La bibliografia è succinta, ma non poteva essere altrimenti. Il volumetto del Previato è destinato a rimanere un punto di riferimento per molti anni ancora, un parametro ed un plateau sul quale altri vorranno, speriamo, cimentarsi. La veste tipografica è più che soddisfacente e la pubblicazione è ricca di illustrazioni nitide e utili.

 

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LA CARTA MONETA SABAUDA DALLE ORIGINI ALLA MORTE DI CARLO EMANUELE III

Di Alberto Trivero, a cura del Circolo filatelico numismatico di Carmagnola, 1994.

Un volumetto smilzo ma ottimamente curato graficamente e soprattutto denso di contenuti, che è poi quel che conta. E mai mi stancherò di sottolineare l’importanza di questi contributi allo studio della numismatica da parte dei Circoli numismatici, che non devono solo servire a procurare ai soci le novità o presiedere agli scambi, ma devono farsi carico della promozione culturale dei membri attraverso conferenze, dibattiti, pubblicazioni.

Felicemente il Circolo di Carmagnola ha voluto ricordare la sua VIII manifestazione (25-27 marzo 1994) non solo con una mostra di cartamoneta ma anche con una pubblicazione, questo “Quaderno” appunto, qualcosa che resta e fa testo. Alberto Trivero, autore di numerosi studi sulla storia della banca e della moneta, ci parla dell’introduzione della cartamoneta, nel 1745, nel Regno di Sardegna sotto Carlo Emanuele III, anche se in realtà la storia della cartamoneta sabauda aveva avuto inizio 35 anni prima, quando a Torino e alla Corte di Vittorio Amedeo II arrivò il banchiere John Lavy, il quale propose al duca sabaudo un progetto molto simile a quello poi da lui realizzato a Parigi 5 anni dopo e che prevedeva l’istituzione di una Banca di Stato per l’emissione di cartamoneta.

Progetto poi non attuato sia per alcune riserve avanzate dai consiglieri di Vittorio Amedeo sia per le vicende internazionali che portarono il piccolo duca sabaudo a cingere finalmente la corona reale. E tutto sommato fu un bene che così fosse, vista la drammatica fine che ebbe l’esperienza francese di Lavy. I cui errori non furono certo ripetuti dall’accorto e prudente Carlo Emanuele III, quando si decise nel 1746 ad introdurre la cartamoneta nei suoi stati; e furono i primi biglietti italiani.

Nel fascicolo l’emissione di questi biglietti viene illustrata attentamente alla luce anche dell’impatto che l’introduzione ebbe sull’economia e sulla cultura finanziaria del Regno. Le successive emissioni, il ritiro, la falsificazione della cartamoneta vengono via via studiati dall’autore con grande ricchezza di particolari e partendo da fonti documentate.

Con la conclusione che nel Regno di Sardegna, a differenza di altre esperienze europee, la cartamoneta non si svalutò rispetto alle monete in metallo nobile ma anzi acquistò via via sempre maggiore credibilità rispetto all’oro, giungendo perfino ad essere accettata per un valore superiore a quello nominale. Insomma uno strumento di pagamento solido e sicuro quanto le monete d’oro e d’argento e in più molto più comodo e pratico.

 

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IL VIAGGIO DI ENRICO VII IN ITALIA

Di Autori vari, Edimond, Città di Castello, 1993.

Quest’elegante volume, composto da dieci saggi di studiosi italiani, tedeschi e francesi, prende spunto dal manoscritto relativo alla discesa a Roma dell’Imperatore Enrico VII (l’ “alto Arrigo” di Dante). La miniatura, un capolavoro del ‘300 conservato a Coblenza, viene studiata dal punto di vista storico, artistico ed araldico.

Enrico VII, l’ingenuo e sfortunato conte di Lussemburgo, fu creato re di Germania il 27.11.1308, nell’opinione comune che la sua mitezza lo avrebbe reso un signore non troppo ingombrante. Egli passò gran parte del suo breve dominio (3 anni su 5) impegnato a girare l’Italia in un viaggio dai molteplici fini: sfoggio trionfale, trasferta militare, pellegrinaggio a Roma (orfana dei Papi avignonesi), ricezione della corona imperiale, pacificazione dell’Italia tramite nuovi ordinamenti politici.

Ricevendo a Milano la Corona Ferrea il 6.1.1311 (forse una copia, essendo l’originale in pegno presso un usuraio), poi a Roma quella imperiale il 26.6.1312, egli cercò di essere il signore “super partes” che pacificasse i bollenti spiriti italici, ma si lasciò invischiare nel ginepraio degli opposti estremismi guelfi e ghibellini. Morì a Buonconvento (Siena) il 24.8.1313, mentre vagava per il centro Italia cercando di ricrearsi quel prestigio che, calandosi nelle beghe nostrane, aveva lasciato incrinare.

Un’accurata e succinta cronistoria del viaggio di Enrico VII e delle sue premesse precede gli altri saggi, fra cui segnaliamo l’esame del manoscritto di Coblenza del suo “Viaggio a Roma”, redatto intorno al 1330, riprodotto a colori e commentato, con una ricca analisi dei 258 stemmi dipinti nelle pagine iniziali, e di quelli presenti nelle scene “a fumetto” del manoscritto, visti anche in rapporto al dipanarsi della scena miniata attorno a loro.

Questo studio ha comportato un ostico lavoro di identificazione, che ha fatto tesoro di lavori precedenti emanandone sviste e inesattezze. L’insieme rappresenta un cospicuo saggio sull’araldica dei primordi, ed è corroborato da altri studi su due documenti araldici d’epoca: i Ruoli d’arme di Rivoli e di Torino, entrambi collegati al “Viaggio” enriciano.

Il primo è la descrizione di 246 stemmi affrescati nel 1310 nel castello di Rivoli (Torino), oggi scomparsi; il secondo è la lista di 119 cavalieri che assistettero all’incoronazione imperiale a Roma, una parte del suo seguito. Conclude il volume la riproduzione e la trascrizione commentata di 50 documenti archivistici (lettere, atti ufficiali, ecc.) collegati al “Viaggio” ed ordinati in base al susseguirsi delle scene miniate nel manoscritto di Coblenza.

Gli altri saggi vertono sulla parabola di Enrico VII nella storiografia coeva, sulla sua incoronazione milanese, sulla rilevanza della sua figura nell’opera e nell’animo di Dante, su suo fratello Baldovino di Lussemburgo (arcivescovo di Treviri, principe elettore dell’impero e promotore del manoscritto di Coblenza). Il tutto è corredato da 14 pagine di indici variamente raggruppati per tematica, e da 106 titoli di bibliografia, di cui 51 di araldica e genealogica e 8 di sigillografia, incentrati in prevalenza verso i paesi centroeuropei dai quali mossero l’imperatore e il suo seguito.

 

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REPUBBLICA DI SAN MARINO, DALL’EPOCA NAPOLEONICA AL 1892

Storia postale, di Giorgio Colla e Luigi Sirotti, Edizioni Sassone.
A parte lo svarione iniziale (quotazioni espresse in ecu, anziché in euro), quello che stupisce, tenuto anche conto della pretenziosità dell’opera, è l’assoluta mancanza di una sia pur stringata bibliografia. E, anche, le parzialissime citazioni delle immagini.

La documentazione, ed in particolare quella attinta dall’Archivio di Stato sammarinese, è indubbiamente copiosa ed importante. Attraverso di essa si riesce meglio a capire la storia postale della piccola Repubblica dello scalpellino Marino, reduce dai festeggiamenti per i 1700 anni di fondazione.

Non convincono, a pagina 98, alcuni saggi Riester (dal nome di Martin Riester), realizzati in litografia in epoca più tarda, rispetto agli originali: infastidisce non poco la pubblicità inframmezzata ai testi. Giustificata in caso di cataloghi o di pubblicazioni periodiche la pubblicità, non appare giustificata in caso di libri destinati ad una consultazione protratta nel tempo.

 

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UN DÌ… PAGHERÒ

Di Giulio Geminiani, Edit. Faenza, 1994.

Noi che ci occupiamo di cartamoneta leggiamo nella lettera di cambio (o “cambiale”, con termine moderno) la rappresentazione emblematica di un’estrosa risorsa finanziaria nata nel Medioevo e consolidata nei secoli, da sempre partecipe delle attività monetarie. Proprio dalla lettera di cambio prende origine la cartamoneta e scaturisce, perdurando la forma iniziale, tutto il flusso degli strumenti cartacei successivi: assegni e banconote. Per questo, di fronte a qualsisi sua configurazione, non sappiamo astrarci dall’essenziale natura monetaria che la distingue.

Ciò non vuol dire che la cambiale non offra altre prospettive di diversa consistenza e suggestione sulle quali è possibile soffermarsi; classico quel marchio sgradevole che le deriva dalla sua pur preziosa funzione di differimento dei pagamenti e che la fa apparire, a un’opinione diffusa, compagna di malasorte: prima, capziosa riservata sostenitrice di vacillanti finanze, poi, irriguardosa esecutrice di pesanti condanne; insomma, un’alleata poco affidabile per la soluzione di certi problemi. E da questo punto di vista, anzi, contro questo punto di vista, che prende l’avvio il lavoro del Geminiani, orientato a prospettarci meno fosche, o diciamo pure piacevoli, sembianze della cambiale.

Eloquente la copertina, non meno della chiara premessa: la cambiale sciorinata tranquillamente di contro a un cielo tempestoso, proposta dunque alla vista del curioso come a quella più attenta dell’appassionato di storie singolari, è un foglietto innocente che non fa paura né attiva diffidenza né reca minaccia alla dignità di chicchessia: la cambiale presentata dal Geminiani nelle pagine scritte e più ancora in quelle abbondantemente illustrate – e fra le illustrazioni si fanno apprezzare alcuni disegni di filigrane ricostruiti con mano magistrale dallo stesso autore – è oggetto da collezionare, pezzo di carta più che documento, che sembra voler rivendicare la propria innocuità respingendo contrarie sensazioni; che si esibisce attraverso la varietà dei propri caratteri esteriori.

Prevalgono quelli che esprimono la presenza fiscale dello Stato, grazie alla nota disposizione dell’autore verso il collezionismo fiscalistico (è da ricordare un altro lavoro di Giulio Geminiani, con Giorgio Piccino: Storia della carta bollata in Romagna: 1841-1861, a cura della libreria Tonini di Ravenna, 1980); ne è dimostrazione lampante il fatto che quasi 150 pagine sono occupate da referti ed estratti legislativi pressoché totalmente dedicati alle componenti formale e tariffaria dell’incidenza tributaria statale. La materia peraltro è trattata con criterio soft che rifugge da una rigida schematizzazione avvalendosi, quale trama cronologica, di riferimenti storici intorno ai più noti eventi di natura politica intervenuti in Italia dall’unità in poi; evidente il proposito evasivo, che risponde alle intenzioni dichiarate in premessa di non voler annoiare il lettore.

Anche sotto l’aspetto fiscale, dunque, che è il privilegiato dalle cure dell’autore, il lavoro è condotto con stile narrativo che lo tiene lontano dal modello catalogico: e se consideriamo che gli attributi fiscali sarebbero i soli a poter sorreggere un impianto di classificazione, possiamo dire tranquillamente che questo non è un catalogo, ma una raccolta densa di elementi atti a stimolare interessi conoscitivi e dunque a promuovere ulteriori ricerche intorno a un oggetto suscettibile di mire collezionistiche.

Con fare piano e disinvolto il lavoro espone anche cenni su più vasti e generici aspetti giuridici ed economici e coglie passi dell’iter storico cambiario, come l’evoluzione grafica e quella tecnico-formale, mantenendosi nei limiti di sobrie menzioni, talora cedendo al gusto della citazione spiritosa o del riporto paraleggendario, quasi ostentando un tono confidenziale, amichevole, che sembra studiato per cattivare simpatie e – perché no? – esorcizzare la iattura che ancor volesse sbucare d’improvviso da dietro il bianco spettro cambiario…

 

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LE MONETE D’ARGENTO DELLA REPUBBLICA ROMANA

Di Alberto Varesi, seconda edizione, Edizioni numismatiche Varesi, Pavia 1994.

Marcia forte il giovane Alberto Varesi nobilitando il commercio delle monete con lo studio e la ricerca, come testimoniano le numerose pubblicazioni da lui curate e ancora più quelle che ha in programma (come la serie dei volumetti dedicati alle monete regionali italiane: presto dovrebbero uscire i due che interessano le 32 zecche lombarde minori dall’VIII al XIX secolo e la Liguria).

Di questo pratico e agile manuale sulle monete d’argento di Roma è uscita questa nuova edizione, la seconda dopo quella del 1990, aggiornata e ampliata, a testimoniare il successo che ha incontrato questo catalogo, l’unico esistente in italiano tra i molti note in altre lingue. L’autore ha fatto tesoro dei consigli e suggerimenti ricevuti, correggendo qualche errore, aggiungendo una pagina di richiami storici, allegando il listino delle valutazioni 1995 che potrà essere così facilmente sostituito con i nuovi aggiornamenti.

 

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