Banche e banchieri nell’antica Roma

Proprio come accade oggi nei centri delle grandi città – dove filiali di grosse banche prendono sempre più spesso il posto di meno redditive attività economiche – così verso la fine del IV secolo a. C. i cambiavalute sostituirono i macellai ed i vari venditori di generi alimentari nei negozi che si affacciavano sul Foro. Vediamo chi erano questi argentarii, coactores, nummularii, antichi progenitori dei nostri attuali banchieri, esattori, agenti di cambio…

Abaco: strumento utilizzato da mercanti e banchieri per effettuare calcoli aritmetici
Abaco: strumento utilizzato da mercanti e banchieri per effettuare calcoli aritmetici

A Roma l’ultimo ventennio del IV secolo a. C., coincise con un periodo di intensa attività edilizia che portò ad una radicale trasformazione degli edifici che si affacciano sul Foro.
Tale attività edilizia va inserita in un clima di generale rinnovamento sociale ed economico determinato dalla serie di successi militari e commerciali che Roma aveva appena conseguito e che le garantivano, i primi, una certa stabilità e sicurezza dei confini e, i secondi, la possibilità di venire a contatto con mercati fino ad allora irraggiungibili.

Basta ricordare il rinnovo del trattato commerciale con la “regina dei mari”, Cartagine, trattato che Roma aveva già stipulato negli anni immediatamente successivi la caduta della monarchia (data tradizionale 508 a.C.), oppure l’altro trattato alla pari, un “foedus aequum”, stipulato nel 326 a.C. con Neapolis, la città più importante della Campania, cui la sola Taranto riusciva a contendere i mercati dell’Italia meridionale.

Parte laterale di un sarcofago con raffigurazione di un cambiavalute intento al suo lavoro
Parte laterale di un sarcofago con raffigurazione di un cambiavalute intento al suo lavoro

La vecchia piazza cittadina, il cui impianto era ancora quello originario dell’epoca regia, sembrò, dunque, non più adatta al nuovo ruolo assunto dalla città nel Lazio e sul Tirreno.
Una certa ipotesi, non condivisa da tutti gli studiosi di monetazione romana, vuole che proprio in questi ultimi due decenni del IV secolo Roma abbia già iniziato a produrre una sua propria moneta e precisamente alcune serie di argento; è comunque un dato di fatto che in questi stessi anni la piazza di Roma è interessata da un intenso movimento di capitale liquido sotto forma di moneta metallica.

Proprio in questi decenni le vecchie tabernae del Foro, che ospitavano macellai e rivenditori di generi alimentari, si trasformarono in negozi di cambiavalute.
Lo storico Varrone, vissuto nel I secolo a.C., commentava con soddisfazione tale rinnovamento: “In questo periodo per la prima volta la dignità del Foro si accrebbe ed i negozi degli argentari presero il posto delle botteghe dei macellai”.

Stele funeraria del nummularius Publio Tizio Hilaro
Stele funeraria del nummularius Publio Tizio Hilaro

Le taberne degli argentari, collocate sotto i portici in numero sempre crescente, sono il segno dell’indiscusso prestigio della città. “Nel 211 a.C. tutto il foro ne è circondato”, avverte Livio, in un passo relativo agli avvenimenti di quell’anno.
Nel Foro i romani si incontravano per i loro affari. Accanto alle botteghe dei cambiavalute ufficiali vi erano – come ricorda Cicerone – gli usurai “seduti presso lo Ianus medius”, un edificio tetrastilo che chiudeva il lato sud-orientale della basilica Emilia. Così mentre Ovidio invita a “temere il Giano e le calende” (scadenza delle rate mensili), Orazio ricorda di aver dissipato tutto il suo patrimonio “presso il Giano medio”.

Usurai a parte, nell’ambito degli operatori bancari autorizzati, distinguere subito tra i “nummularii”, i soli abilitati ad effettuare il cambio e il saggio delle monete, e quindi a verificare l’esattezza del peso e la bontà del metallo delle stesse; i “coactores”, probabilmente semplici esattori che avevano il compito di riscuotere somme di denaro per conto dei propri clienti, dietro corresponsione di una commissione fissa; i “coactores argentarii”, preposti, secondo una certa ipotesi, alle vendite all’asta ma anche autorizzati ad accordare prestiti e recuperare crediti (il primo “coactur argentarius”, di cui abbiamo notizia, sembra sia stato Titus Flavius Petrus, nonno dell’imperatore Vespasiano, che operava a Rieti); gli “argentarii” (da non confondere con gli artigiani specializzati nella lavorazione dell’argento, che erano indicati con i termini “fabri argentarii”, “argentarii vascularii”, ecc) che dovevano avere le più precise funzioni di banchieri.

La pianta del Foro romano
La pianta del Foro romano

Numerose attestazioni epigrafiche documentano l’attività di questi operatori in Roma. Presso il Macellum Liviae nella Regione Esquilina operavano due argentarii, C. Cacius Heracla, liberto, e L. Vettius Rufus. Un altro liberto, L. Calpurnius Dafne, operava nel Macellum Magnum, l’altro grande mercato costruito da Nerone sul Celio. Calpurnius è ricordato in un cippo funerario a lui dedicato da due suoi parenti, i liberti Tiberio Claudio Apelle e Asconia Quarta.

Nel rilievo, visibile alla base dello stesso cippo, l’argentarius è raffigurato al centro con un pesce nella mano destra ed una cassetta nella sinistra, mentre ai lati due inservienti trasportano ceste colme di pesci. Il motto CAV(e) sulle teste degli stessi inservienti va spiegato con un “bada”, “fai attenzione”, durante il trasporto della merce, mentre l’argentarius replica DA PISCE(m) per significare di essere pronto a finanziare l’operazione di acquisto della stessa merce.

Il Comizio e la zona circostante, con le 'Tabernae Veteres' e le 'Tabernae novae'
Il Comizio e la zona circostante, con le ‘Tabernae Veteres’ e le ‘Tabernae novae’

Un “argentarius coactor de portu vinario superiori” è menzionato in una iscrizione, rinvenuta a Falerii, che si riferisce all’esistenza di un’area portuale sul Tevere, nella parte nord della città, dove dovevano confluire, per l’appunto, i prodotti vinicoli dell’alta valle tiberina o forse anche di aree adriatiche. È probabile che gli argentarii in questi mercati all’ingrosso fossero soliti intervenire per finanziare l’acquisto di grosse partite del prodotto interessato.

Gli argentarii e i negotiantes del Foro Boario, che operavano nel prossimo mercato del bestiame, dedicarono a Settimio Severo e alla sua famiglia un arco, detto appunto degli Argentari, attualmente esistente sul lato sinistro della Chiesa di S. Giorgio al Velabro.
Durante il regno di Commodo (180-192) d.C., un banco appartenente ad un certo Callisto, schiavo del liberto imperiale Marco Aurelio Carpoforo e seguace della religione cristiana, era posto nella XII Regione, che comprendeva la zona sulla destra della via Appia, in un’area abitata da un gran numero di cristiani.

Pannello centrale della parete frontale di un sarcofago con raffigurazione dell'interno di una bottega di cambiavalute
Pannello centrale della parete frontale di un sarcofago con raffigurazione dell’interno di una bottega di cambiavalute

Con questi e con i giudei romani Callisto faceva affari ricevendo denaro in deposito e prestandolo ad interesse, in maniera del tutto autonoma e senza responsabilità da parte del suo dominus, Carpoforo. Chiamato a rispondere per la inadempienza o addirittura per la bancarotta di Callisto, lo stesso Carpoforo chiarì ogni sua estraneità all’attività della banca di Callisto, il quale fu prima obbligato a girare la macina in un mulino, poi condannato dal prefetto urbano Fuscianus ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna.

Liberato solo grazie all’intervento di Marcia, una concubina cristiana molto vicina all’imperatore Commodo, Callisto, rientrato nella comunità cristiana, fu nominato, al tempo di papa Zefirino, arcidiacono e amministratore delle catacombe fino a succedere (217-222 d.C.) allo stesso Zefirino a capo della Chiesa Romana.
Gli argentarii che operavano ad Ostia erano riuniti, tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., in corporazione.

Sempre ad Ostia erano attivi gli “stipulatores argentarii”, specializzati nella stipula di contratti conclusi durante le vendite all’asta.
Uno dei servizi più comuni che gli argentari offrivano ai loro clienti era quello di ricevere in deposito e custodire somme di denaro, senza farne uso alcuno, e restituire la stessa somma, ovviamente priva di interessi, dietro richieste del depositante o alla scadenza del contratto.

Parete laterale di un sarcofago con rappresentazione di argentarius dietro il suo banco
Parete laterale di un sarcofago con rappresentazione di argentarius dietro il suo banco

Si tratta di un servizio, dunque, di sola custodia cautelativa che proteggeva il depositante da eventuali furti ma che, non permettendo all’operatore di utilizzare il denaro, non prevedeva alcun utile. La legislazione romana è ben chiara nel distinguere tra contratto di depositi (gratuito ma infruttifero) e contratto di usura a tassi diversi. Il contratto di deposito prevedeva la collocazione della somma in un sacchetto chiuso e garantito dal sigillo dell’operatore.

Nelle aree occidentali dell’Impero romano sembra, alla luce delle attuali conoscenze, che le operazioni di cambio e saggio delle monete, i servizi di deposito e di cassa, il prestito di denaro ad interesse fossero completamente nelle mani dei privati, mentre lo Stato si limitava ad intervenire per svolgere un’azione di controllo. Solamente in casi eccezionali lo Stato romano accordò prestiti ai propri cittadini. Tra gli interventi statali di cui abbiamo notizia, ricordiamo quello attuato nel 352 a.C. per favorire quanti si trovavano oberati di debiti oppure la decisione presa da Tiberio, nel 33 d.C., per salvare dalla rovina i piccoli proprietari terrieri minacciati dalla generale grave crisi economica di quel momento.

Per quanto riguarda il tasso di interesse applicato sui prestiti, già nel 357 a.C. la legge Duilia Menenia fissava il limite in una oncia per asse, cioé un dodicesimo del capitale, limite che troviamo ribadito al tempo di Cicerone. Forse il problema morale posto dalla dottrina cristiana sulla pratica dell’usura, contribuì a tenere bloccato questo limite fino alla codificazione nel codice giustinianeo di un tasso non superiore al 6% annuo. Gli interessi corrisposti a coloro che prestavano il denaro per usura ai banchieri, non il deposito infruttifero, dovevano essere in rapporto assai più bassi per garantire buoni guadagni.

Il banco di un argentario o di un cambiavalute ricostruito (Museo della civiltà romana a Roma)
Il banco di un argentario o di un cambiavalute ricostruito (Museo della civiltà romana a Roma)

Pare che solo gli interessi richiesti in caso di prestiti di denaro da investire nel commercio marittimo, a causa dei maggiori rischi, dovessero essere esentati dal rispetto di tali limiti. Lo stesso codice giustinianeo fissava tale limite di interesse al 12% annuo, il doppio del massimo fissato per il prestito normale.
Petronio, nel “Satyricon”, fa raccontare a Trimalchione di come fosse riuscito a far fortuna investendo proprio in un carico marittimo con il ricavato della vendita dei gioielli della moglie. Cento monete d’oro, questo il ricavato della vendita dei gioielli, investite in un carico commerciale gli avevano fruttato 10 milioni di sesterzi, ovvero 1000 volte la somma investita.

Diversi documenti di estremo interesse, che ci illuminano sull’attività di un banchiere del I secolo d.C., furono recuperati nella casa di L. Caecilius Iucundus, argentarius a Pompei. Un archivio contenuto in una cassa di legno era composto da 154 tavolette cerate relative a quietanze di somma dallo stesso versate, nell’arco di un cinquantennio di attività, e soprattutto tra il 52 e il 62 d.C., a persone diverse per conto dei quali aveva venduto terre, bestiame e schiavi o riscosso l’affitto. Iucundus si era ancora occupato di riscuotere le tasse per conto della colonia.

Il suo compenso senbra doversi stimare tra l’1 e il 4%. La mancanza di documenti posteriori al 62 d.C., anno in cui un terremoto semidistrusse Pompei, ha fatto pensare ad una interruzione di tale attività forse proprio a causa della morte dello stesso banchiere.

Banche e banchieri nell’antica Roma

Link intermo  tuttovideo.stream